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The American Dream

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Il “sogno americano” è ciò che permetterà agli Stati Uniti di non essere sorpassati dalla Cina nella macabra classifica delle potenze mondiali. Il “sogno americano”, per dirla alla Toni Negri; è l’Impero che risucchia ricchezza, capitali finanziari, mano d’opera a bassissimo costo, sogni, idee ed energie umane, per accrescere il suo potere.

Il “sogno americano” è un luogo comune di grandissimo successo. Va forte perché significa tutto e il contrario di tutto. E’ uno slogan popolare perché ognuno può plasmarlo sulle proprie esigenze. Piace a chi aspira ad avere il SUV e la casa con piscina. Piace a chi è a caccia di lucrose opportunità di investimento. A chi cerca manodopera a basso costo, lavoratori flessibili e non sindacalizzati. Piace a chi vuole fuggire dalla violenza e dalla miseria. Piace a chi sogna di viaggiare in moto, capelli al vento, coast-to-coast. Piace a chi vorrebbe esprimere liberamente la propria sessualità o religione. Piace a chi si aspetta un riconoscimento adeguato per il proprio studio. Il sogno americano piace a chi è già ricco perché permette di diventare ancora più ricco, e a chi è povero perché promette di non esserlo più. Piace ai poveri del mondo perché non conoscono alternative.

Nel mondo, miliardi di persone vedono lo stile di vita occidentale attraverso la lente distorta di televisione, pubblicità e film americani. Ma non vi hanno accesso. Immagini che funzionano benissimo, nonostante le enormi masse di migranti che muoiono cercando di arrivare in Europa e negli Stati Uniti. Nonostante le condizioni di lavoro in Occidente siano sempre peggiori e le divisioni tra ricchi e poveri sempre più accentuate. Nonostante le leggi repressive verso gli immigrati irregolari. Nel racconto del “sogno americano” c’è un occidente omogeneo, mediamente ricco in cui il lavoro duro ed onesto viene sempre ricompensato.

Nei secoli scorsi i poveri d’Europa hanno desiderato migliorare le proprie condizioni, non meno di quanto lo desiderino i poveri di oggi. In passato questo desiderio si manifestava nelle lotte dei lavoratori per cambiare il modo in cui la società è organizzata. Per distruggere la causa della povertà. Per abbattere il capitalismo e sostituirlo con un’altra forma di organizzazione sociale, che garantisse a tutti la libertà di soddisfare i propri bisogni. In passato si aveva ben chiara l’idea che chi ha troppo, inevitabilmente leva qualcosa a qualcun altro.

Lo spirito del nostro tempo è diverso. L’idea di abbattere un sistema di sfruttamento non è più così popolare. Piuttosto, ognuno cerca di accaparrarsi un posticino al banchetto degli sfruttatori. Al di fuori dell’Europa e del Nord-America ci sono enormi masse di lavoratori poverissimi la cui unica prospettiva è riuscire a diventare un ingranaggio del sistema di sfruttamento mondiale. Vendersi sul mercato globale per mettere a tavola una ciotola di riso. Gli arricchiti del post-comunismo (o aspiranti tali), sono già lì, pronti ad “aiutarli”. Una nuova borghesia che vede davanti a sé un enorme potenziale di accumulazione.

Le potenze emergenti hanno forme primitive di capitalismo: tutte le lacrime e il sangue, senza le conquiste operaie del XX secolo, senza diritti, senza accesso ai consumi, senza libertà civili. D’altra parte, l’occidente offre un capitalismo avanzato; il miraggio del consumismo, la libertà di essere un lavoratore salariato e di fare shopping il sabato pomeriggio, e così, realizzarsi. Venuto meno l’ideale del socialismo, ciò che resta è il confronto tra forme di capitalismo. Ed è chiaro che la propaganda occidentale sia molto più convincente. Questa è una situazione strategicamente perfetta. Gli Stati Uniti e la NATO usano la volontà popolare per espandersi economicamente e militarmente. Nessuno resiste. Il crollo dell’Unione Sovietica ha sancito la vittoria del pensiero unico capitalista. Il sogno americano è rimasto l’unico modello. Non ci sono utopie socialiste.

Dietro le crisi diplomatiche, si giocano le lotte economiche tra diverse fazioni del capitalismo internazionale, sempre più interconnesse in un intreccio di affari, debiti e bustarelle. I lavoratori sono carne da macello e pedine della propaganda. La loro vita vale meno di uno scoop al telegiornale della sera. Mentre ci si preoccupa per le tensioni tra Russia e Stati Uniti, con l’Europa che difficilmente si distrae dal suo sporco lavoro di ragioneria, si delineano scenari che, più che la guerra fredda, ricordano la prima guerra mondiale. Fino a quando un’utopia rivoluzionaria tornerà a riempire i cuori e le speranze dei poveri della terra. Poveri che mai sono stati tanto numerosi e tanto miserabili.

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