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Archive for the ‘Società’ Category

Una modesta proposta

20 aprile 2016 Lascia un commento

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Secondo una stima dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) solo nel 2015 poco meno di 4 mila persone sono morte nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo. Eppure le difficoltà, i costi e i pericoli non scoraggiano i migranti che continuano a mettersi in viaggio. La domanda che il buon cittadino medio europeo si pone è chi glielo fa fare a questi di mettere a rischio la propria vita, e spesso quella dei propri figli, attraversando il mare aperto su imbarcazioni a dir poco inadeguate. Il cittadino europeo, carico di buoni sentimenti e abituato a praticare il buon senso delle piccole faccende quotidiane, non capisce in quanto ignorante dei più elementari rudimenti di statistica. Sempre secondo l’OIM e sempre nel 2015 (un anno in cui il mar Mediterraneo è stato particolarmente trafficato) il totale dei migranti che hanno attraversato il mare nostrum è stato poco meno di un milione. Quattro mila morti su un milione di persone fa una probabilità dello 0.4% di morire in mare. Questa probabilità va confrontata con quella di morire restando nel paese di provenienza. A titolo di esempio, nella sola Siria si stima che la guerra civile abbia almeno 250 mila morti in 5 anni. La Siria nel 2011 aveva circa 20 milioni di abitanti, di cui circa 4 milioni hanno abbandonato il paese come rifugiati. Si ha quindi una media di 250 mila morti su una popolazione di 16 milioni, che fa una probabilità di morire di circa 1,6%. In base a questo calcolo molto approssimativo (non abbiamo considerato che alcune città sono più pericolose di altre), la probabilità di morire restando in patria è almeno quattro volte più grande di quella di morire attraversando il Mediterraneo. Questo dovrebbe dare un’idea del perché in tanti decidono di lasciare tutto e rischiare il mare.

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Abituati come siamo a ragionare in termini economicistici, dovremo escogitare una maniera per disincentivare le persone a migrare in Europa. Per fortuna la statistica viene in nostro aiuto. Se la probabilità di morire in Siria è dello 1.56%, allora bisogna fare in modo che la probabilità di morire cercando di recarsi in Europa diventi maggiore. In questo modo, ogni onesto siriano avrà una maggior convenienza a restare in patria. Tra le proposte che sono state fatte in anni passati, va ricordata quella di sparare sui barconi. In linea del tutto teorica, basterebbe sparare a 10 persone su mille per alzare a 1,4% la probabilità di morire durante la traversata in mare. (Come scegliere le 10 persone a cui sparare non è un problema che tratteremo in questa sede, sebbene sia un tema ampiamente sviluppato dai teorici della rappresaglia.) Tali proposte, tuttavia, fanno parte di una fase immatura in cui si rispondeva in maniera emotiva ai problemi dell’immigrazione. Più recentemente, si preferisce rinchiudere i rifugiati in zone circoscritte per un periodo di tempo indeterminato. Esempi sono i campi profughi, campi di accoglienza, campi di prigionia, CIE, CARA, etc. Ultimamente, gli accordi dell’Europa con la Turchia, fanno di quest’ultima un enorme carcere in cui rinchiudere i rifugiati. Ciò ricorda la sostituzione della pena di morte con il carcere a vita. Se uccidere in mare aperto è pratica barbara che indigna il buon cittadino europeo, affidare il lavoro sporco a carcerieri zelanti e ben pagati non solo risulta moralmente accettabile ma anche indice di civiltà e progresso.

Gomorra e il professor Bellavista

15 aprile 2016 Lascia un commento

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Ma tutto sommato, non è che fate ‘na vita ‘e merda? Sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi. E poi, anche quando non vi ammazzate tra di voi ci sono le vendette trasversali. Vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli. Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene?

Così diceva il professor Bellavista a un camorrista autorevolmente interpretato da Nunzio Gallo. Coerentemente con quanto insegnava ai suoi studenti sgangherati, Bellavista preferisce vivere accontentandosi di poco, purché questo poco ci sia dato il più presto possibile. Il professore è un epicureo. Non a caso proprio a Napoli, a Posillipo, aveva sede la scuola di Epicuro.

Il pensiero di Epicuro mantiene il suo fascino durante i secoli e i millenni, tuttavia essere epicurei era decisamente più facile negli anni ’80, quando lo stato sociale, sebbene fosse iniziato il declino, ancora permetteva a tanti di vivere una vita tranquilla e senza grossi rischi, sebbene sobria.

Oggi le cose sono un po’ diverse. La social-democrazia è morta e il canto funebre recita: “col cazzo che vi accontentate del poco-purché-subito! O puntate in alto oppure vi schiacciamo come mosche sotto la mano invisibile del libero mercato”. Il canto delle prefiche è quello degli stoici come Cazzaniga, che si alza alle 6.30 di mattina perché vuole diventare direttore generale dell’Alfa Romeo. E’ l’etica borghese del sacrificio e della meritocrazia, imposta con la spada del debito e dell’austerity da popoli conquistatori venuti dal nord.

Il messaggio forte di Gomorra-il libro era proprio questo. Le mafie non sono che grandi multinazionali che realizzano profitti enormi spremendo le vite dei giovani delle periferie del sud e inquinando a morte le risorse naturali. I ragazzini crescono velocemente, vivono a mille, e muoiono molto prima. I profitti vengono riciclati a Milano, Londra, New York, lontano da dove si versa il sangue e si sversa il percolato.

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Tra meno di un mese andrà in onda la seconda stagione di Gomorra-la serie. Abbiamo tutti la bava alla bocca per sapere che faranno Ciro Di Marzio, Genny, Don Pietro Savastano, Salvatore Conte. Eroi negativi, gente ‘e merda, ma pur sempre eroi. Finiranno morti ammazzati come cani. Ma finché sono vivi, vivono vite emozionanti, scopano, spendono, comandano.

Tutti gli eroi uccidono e tutti gli eroi alla fine muoiono uccisi. Achille muore per la freccia lanciata da un coglione qualsiasi. Beowolf muore dissanguato e avvelenato dalle ferite del drago: ‘na fine ‘e merda. Il successo dei film Hollywoodiani e delle serie televisive dimostra semplicemente che, oggi come ai tempi di Omero, abbiamo bisogno di eroi.

Ma abbiamo bisogno soprattutto di eroi che si oppongano alla discesa degli invasori del nord. Eroi che non siano pedine di un gioco più grande di loro, di un sistema che li tollera perché utili a fare il lavoro sporco dell’accumulazione originaria, a conquistare e distruggere territori.

 

No Border

6 marzo 2016 Lascia un commento

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No Border: pl. fem., l’unica cosa buona che ha prodotto l’Europa / the only good thing Europe has ever produced.

5 minuti d’odio (al family day)

26 gennaio 2016 Lascia un commento

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Lo sai che significa gay? Significa “allegro”! Sì, perché quelli lì sai come si divertono a fare le schifezze maschi coi maschi e femmine con le femmine? E va bene, contenti loro, purché non lo facciano davanti a me o ai miei figli. Ma la sai la novità? Adesso dice che vogliono anche sposarsi. E no, sposarsi è per persone serie. Non è una cosa per divertirsi. Lo so bene io che ho fatto una vita di sacrifici: pulisci casa, cucina, accompagnali a scuola, vai a lavorare, valli a riprendere e portali a calcio, in piscina. Tutto da sola! Prepara la cena a loro e a loro padre, e poi lava, fai la lavatrice e stira. Tutti i giorni per 30 anni. Continuate a divertitevi voi, ma non vi permettete di parlare di matrimonio. Che quella è una cosa seria, una cosa santa, lo dice anche Papa Francesco. Eh quant’è bravo, non come quell’altro!

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Trent’anni di matrimonio. Una prigione. Se la uccidevo quando eravamo fidanzati adesso ero già libero. E invece.. sono ancora costretto a sentire il suo fiato sul collo ogni mattina. Trent’anni di lavoro per pagarsi la casa, le vacanze, la palestra ai bambini. Questo è il matrimonio, che affare che ho fatto, non mi ci far pensare. Piuttosto, guarda a quella, guarda che culo che c’ha! Mmm, lo sai chi mi ricorda? Sì, certo, poi te lo do il numero, anzi, magari qualche volta ci andiamo insieme! Ci organizziamo con lei e un’amica sua che c’ha un cazzo che non ti dico! Scopiamo tutti e quattro, le facciamo scopare anche tra di loro. Ma hai sentito, adesso quelle si vogliono pure sposare! Ahah! Ridicoli, continuassero a fare le puttane!

Thanks for waiting

12 ottobre 2015 Lascia un commento

“Thanks for waiting!”

E’ quello che ti dicono in Inghilterra gli impiegati, di società private e pubbliche, dopo che hai aspettato il tuo turno, in coda o al telefono, per un tempo interminabile.

Non suona strano? Uno si aspetterebbe di sentirsi dire “ci scusiamo per l’attesa” e invece ti dicono “ti ringraziamo per l’attesa”. Una bella presa per il culo, si chiama corporate policy.

Tutto il tempo che ti fanno aspettare, in coda a uno sportello, a compilar moduli, o al telefono per parlare con un operatore che non sia una voce registrata, è tempo di lavoro non retribuito. Più le attese sono lunghe, più l’azienda risparmia sul personale. A pagare sei tu, con il tempo e la salute che perdi ad aspettare.

Ah quando i benpensanti cantavano in coro: “privatizziam: così non farem più la fila alla posta!” Vuoi mettere la soddisfazione, dopo una fila di un’ora, di sentirsi dire “grazie per l’attesa”?

Per l’odio potrei farcela da solo

3 maggio 2015 2 commenti

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E mi perdo nelle letture delle analisi del giorno dopo. Frustrato per non esserci stato, frustrato per il mio isolamento politico, frustato per tutto quello che so di non aver capito. Poche le parole sensate. Tantissime, troppe, le parole di odio. Amplificate da giornali e telegiornali, intensificate da facebook. Non c’è da sorprendersi. Non è certo la prima volta che succede. Al contrario, ho l’impressione che ogni volta si ripeta sempre lo stesso copione.

Uno degli elementi costanti è il personaggio mediatico da insultare, il catalizzatore ufficiale dell’odio. Qualche anno fa, in seguito ad una manifestazione a Roma, questo ruolo fu di “er pelliccia” (ve lo ricordate?). Quest’anno in occasione dell’Expo, abbiamo il giovane della provincia milanese con la sua intervista sgrammaticata. Parte l’insulto libero. Segue intervista al padre e prevedibili scuse pubbliche. Evidentemente il ragazzo non eccelle per proprietà di linguaggio, eppure dice qualcosa a chi sa ascoltare. Parla di una rabbia che non ha oggettivamente altro modo di sfogarsi. Cosa vi aspettavate? Una conferenza colta sull’argomento? Se è questo che cercate per placare la vostra ansia di insulto, leggetevi le riflessioni di Franco Berardi e sarete soddisfatti. (Gli stessi concetti li aveva espressi a modo suo una nostra amica black bloc.)

Per molti, una vetrina rotta, un’auto in fiamme o una banca in fumo, sono attacchi gravissimi a un sistema di valori su cui, evidentemente, hanno fondato la loro stessa esistenza. Mi chiedo se abbia senso perder tempo e salute a parlare con queste persone. Eppure sono parte del nostro mondo, e in un modo o nell’altro bisogna confrontarsi anche loro.

Per molti, molti di più, nonostante tutto, eventi come l’Expo sono ancora motivo di eccitazione e malcelato orgoglio nazionale. Conducono Paolo Bonolis e Antonella Clerici. Questo mi fa capire quanta strada ancora dobbiamo percorrere.

Per alcuni, ma sono questi che più mi preoccupano, i famigerati black bloc sono l’essenza stessa del male. Sono i cattivoni che ti rovinano le manifestazioni che hai così faticosamente e democraticamente organizzato. Manifestazioni che purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi esprimono la più totale irrilevanza politica, e che nella migliore delle ipotesi favoriscono la carriera politica di qualche Pisapia. Certamente, anche rompere una vetrina è irrilevante. Anche indulgere nello scontro con la polizia è irrilevante, ma da che pulpito di irrilevanza vengono le vostre prediche?

Renzi: “Teppisti figli di papà”

2 maggio 2015 Lascia un commento

397055_2584118519133_1139603291_32309327_506760810_nPer farsi un’idea delle cose, ognuno proietta sé stesso nel racconto degli eventi. Il Renzi teppistello figlio di papà, quando descrive i ragazzi che fanno casino a Milano, vede sé stesso. Ed il bello è che ha pure ragione! Infatti la prova di forza a cui ha costretto il Parlamento, ponendo la fiducia sulla legge elettorale, produce una vera devastazione istituzionale. Altro che qualche auto bruciata!

Ciò che invece è successo è un normale scoppio d’ira di ragazze e ragazzi frustrati dall’ennesimo magna magna di una “grande opera”. Frustrazione acuita dalla scelta del giorno dell’inaugurazione dell’evento. Non ditemi che solo il governo non sapeva cos’era il MayDay. Uno scoppio d’ira fomentato da disoccupazione, taglio dei diritti, riduzione dei servizi sociali ed ogni genere di sfruttamento e, parallelamente, riforme che tutelano corrotti e potenti, aumento delle spese militari, crescita dell’ingiustizia sociale ed impunità per i poliziotti rei di gravi reati.

Noi preferiamo le azioni coordinate e pianificate, all’interno di strategie più ampie, ma non possiamo far finta di non vedere che questi scoppi d’ira accomunano i giovani di tutto il mondo, dalla Corea alla Turchia, dall’Europa agli Stati Uniti, perché sono comuni le cause delle nostre frustrazioni.