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Germanwings

27 marzo 2015 Lascia un commento

Dall’11 settembre 2001 siamo, nostro malgrado, in guerra. La legge marziale limita la nostra libertà di espressione e di movimento, ci induce a diffidare del prossimo, del vicino di casa che conosciamo da anni come dello sconosciuto che incontriamo al supermercato. Entrambi potrebbero essere pericolosi terroristi. Ci spinge a chiuderci nelle nostre case, a fare il nostro lavoro a testa bassa senza troppe domande. Non ci fidiamo più di nessuno, neanche di noi stessi. Gli unici che sono autorizzati ad avere la nostra fiducia sono le persone in divisa, i tutori dell’ordine. Garantire la nostra sicurezza è il loro lavoro.

Gli aeroporti e gli aerei sono il simbolo di questo stato di polizia. Obbiettivo degli attentati del 2001, sono diventati il laboratorio di controllo sociale per eccellenza, luoghi dove video-sorveglianza e controlli corporali sono ormai una noiosa routine. Assistere alla solita scena di una persona anziana che viene costretta a levarsi le scarpe per entrare in un body scanner, o di una genitore che deve dimostrare che nel biberon c’è latte e non un’arma biologica, ci dà un’idea di come ci siamo ridotti. Nessuno si fida più di nessuno.

Fa eccezione ovviamente il personale in divisa. Polizia, addetti alla perquisizione, hostess, steward e piloti, devono godere della nostra totale ed incondizionata fiducia. Questa è la conditio sine qua non affinché il sistema di controllo funzioni. Così succede che dopo l’11 settembre la porta che dà accesso alla cabina del pilota viene dotata di un tanto sofisticato quanto stupido sistema di sicurezza, suppongo per mettere il pilota al riparo dai pericolosi terroristi che si nascondono trai passeggeri (evidentemente non sono bastati i controlli di ogni tipo già effettuati all’imbarco!).

Tre giorni fa un pilota ha deciso (per motivi che non ci interessano, perché l’abbia fatto non cambia la sostanza del fatto) di far schiantare su una montagna l’aereo con il suo carico di 150 anime. Pare che abbia potuto farlo indisturbato proprio grazie al sistema di chiusura della porta introdotto per contrastare la “guerra al terrore”. Un sistema di sicurezza stupido perché non tiene conto della complessità del mondo, degli imprevisti, perché non è abbastanza elastico da accomodarsi alle diverse circostanze che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza di un volo di linea. Un apparato di sicurezza fondato sul dogma secondo il quale c’è da fidarsi solo degli uomini in divisa, degli addetti ai lavori, del personale addestrato e pagato per fare quel lavoro.

Chissà se questo clamoroso fallimento dell’apparato securitario ci spingerà a rivedere la concezione distorta di sicurezza che ha avuto tanto successo dopo il 2001. La sicurezza di un sistema sociale complesso non può basarsi sull’alienazione degli individui, messi gli uni contro gli altri dalla paura e uniti solo nella passiva accettazione dell’autorità. Una vera e duratura sicurezza può nascere solo dalla solidarietà, dall’empatia tra gli individui, dal sapere che in un modo o nell’altro siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo aiutarci per andare avanti.