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Archive for the ‘Guerre Globali’ Category

Una modesta proposta

20 aprile 2016 Lascia un commento

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Secondo una stima dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) solo nel 2015 poco meno di 4 mila persone sono morte nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo. Eppure le difficoltà, i costi e i pericoli non scoraggiano i migranti che continuano a mettersi in viaggio. La domanda che il buon cittadino medio europeo si pone è chi glielo fa fare a questi di mettere a rischio la propria vita, e spesso quella dei propri figli, attraversando il mare aperto su imbarcazioni a dir poco inadeguate. Il cittadino europeo, carico di buoni sentimenti e abituato a praticare il buon senso delle piccole faccende quotidiane, non capisce in quanto ignorante dei più elementari rudimenti di statistica. Sempre secondo l’OIM e sempre nel 2015 (un anno in cui il mar Mediterraneo è stato particolarmente trafficato) il totale dei migranti che hanno attraversato il mare nostrum è stato poco meno di un milione. Quattro mila morti su un milione di persone fa una probabilità dello 0.4% di morire in mare. Questa probabilità va confrontata con quella di morire restando nel paese di provenienza. A titolo di esempio, nella sola Siria si stima che la guerra civile abbia almeno 250 mila morti in 5 anni. La Siria nel 2011 aveva circa 20 milioni di abitanti, di cui circa 4 milioni hanno abbandonato il paese come rifugiati. Si ha quindi una media di 250 mila morti su una popolazione di 16 milioni, che fa una probabilità di morire di circa 1,6%. In base a questo calcolo molto approssimativo (non abbiamo considerato che alcune città sono più pericolose di altre), la probabilità di morire restando in patria è almeno quattro volte più grande di quella di morire attraversando il Mediterraneo. Questo dovrebbe dare un’idea del perché in tanti decidono di lasciare tutto e rischiare il mare.

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Abituati come siamo a ragionare in termini economicistici, dovremo escogitare una maniera per disincentivare le persone a migrare in Europa. Per fortuna la statistica viene in nostro aiuto. Se la probabilità di morire in Siria è dello 1.56%, allora bisogna fare in modo che la probabilità di morire cercando di recarsi in Europa diventi maggiore. In questo modo, ogni onesto siriano avrà una maggior convenienza a restare in patria. Tra le proposte che sono state fatte in anni passati, va ricordata quella di sparare sui barconi. In linea del tutto teorica, basterebbe sparare a 10 persone su mille per alzare a 1,4% la probabilità di morire durante la traversata in mare. (Come scegliere le 10 persone a cui sparare non è un problema che tratteremo in questa sede, sebbene sia un tema ampiamente sviluppato dai teorici della rappresaglia.) Tali proposte, tuttavia, fanno parte di una fase immatura in cui si rispondeva in maniera emotiva ai problemi dell’immigrazione. Più recentemente, si preferisce rinchiudere i rifugiati in zone circoscritte per un periodo di tempo indeterminato. Esempi sono i campi profughi, campi di accoglienza, campi di prigionia, CIE, CARA, etc. Ultimamente, gli accordi dell’Europa con la Turchia, fanno di quest’ultima un enorme carcere in cui rinchiudere i rifugiati. Ciò ricorda la sostituzione della pena di morte con il carcere a vita. Se uccidere in mare aperto è pratica barbara che indigna il buon cittadino europeo, affidare il lavoro sporco a carcerieri zelanti e ben pagati non solo risulta moralmente accettabile ma anche indice di civiltà e progresso.

Gomorra e il professor Bellavista

15 aprile 2016 Lascia un commento

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Ma tutto sommato, non è che fate ‘na vita ‘e merda? Sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi. E poi, anche quando non vi ammazzate tra di voi ci sono le vendette trasversali. Vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli. Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene?

Così diceva il professor Bellavista a un camorrista autorevolmente interpretato da Nunzio Gallo. Coerentemente con quanto insegnava ai suoi studenti sgangherati, Bellavista preferisce vivere accontentandosi di poco, purché questo poco ci sia dato il più presto possibile. Il professore è un epicureo. Non a caso proprio a Napoli, a Posillipo, aveva sede la scuola di Epicuro.

Il pensiero di Epicuro mantiene il suo fascino durante i secoli e i millenni, tuttavia essere epicurei era decisamente più facile negli anni ’80, quando lo stato sociale, sebbene fosse iniziato il declino, ancora permetteva a tanti di vivere una vita tranquilla e senza grossi rischi, sebbene sobria.

Oggi le cose sono un po’ diverse. La social-democrazia è morta e il canto funebre recita: “col cazzo che vi accontentate del poco-purché-subito! O puntate in alto oppure vi schiacciamo come mosche sotto la mano invisibile del libero mercato”. Il canto delle prefiche è quello degli stoici come Cazzaniga, che si alza alle 6.30 di mattina perché vuole diventare direttore generale dell’Alfa Romeo. E’ l’etica borghese del sacrificio e della meritocrazia, imposta con la spada del debito e dell’austerity da popoli conquistatori venuti dal nord.

Il messaggio forte di Gomorra-il libro era proprio questo. Le mafie non sono che grandi multinazionali che realizzano profitti enormi spremendo le vite dei giovani delle periferie del sud e inquinando a morte le risorse naturali. I ragazzini crescono velocemente, vivono a mille, e muoiono molto prima. I profitti vengono riciclati a Milano, Londra, New York, lontano da dove si versa il sangue e si sversa il percolato.

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Tra meno di un mese andrà in onda la seconda stagione di Gomorra-la serie. Abbiamo tutti la bava alla bocca per sapere che faranno Ciro Di Marzio, Genny, Don Pietro Savastano, Salvatore Conte. Eroi negativi, gente ‘e merda, ma pur sempre eroi. Finiranno morti ammazzati come cani. Ma finché sono vivi, vivono vite emozionanti, scopano, spendono, comandano.

Tutti gli eroi uccidono e tutti gli eroi alla fine muoiono uccisi. Achille muore per la freccia lanciata da un coglione qualsiasi. Beowolf muore dissanguato e avvelenato dalle ferite del drago: ‘na fine ‘e merda. Il successo dei film Hollywoodiani e delle serie televisive dimostra semplicemente che, oggi come ai tempi di Omero, abbiamo bisogno di eroi.

Ma abbiamo bisogno soprattutto di eroi che si oppongano alla discesa degli invasori del nord. Eroi che non siano pedine di un gioco più grande di loro, di un sistema che li tollera perché utili a fare il lavoro sporco dell’accumulazione originaria, a conquistare e distruggere territori.

 

Bailout Referendum

29 giugno 2015 Lascia un commento

It is hard to advise Greeks how to vote on 5 July. Neither alternative – approval or rejection of the troika’s terms – will be easy, and both carry huge risks.

A yes vote would mean depression almost without end. Perhaps a depleted country – one that has sold off all of its assets, and whose bright young people have emigrated – might finally get debt forgiveness; perhaps, having shrivelled into a middle-income economy, Greece might finally be able to get assistance from the World Bank. All of this might happen in the next decade, or perhaps in the decade after that.

By contrast, a no vote would at least open the possibility that Greece, with its strong democratic tradition, might grasp its destiny in its own hands. Greeks might gain the opportunity to shape a future that, though perhaps not as prosperous as the past, is far more hopeful than the unconscionable torture of the present.

I know how I would vote.

(Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia)

http://www.theguardian.com/business/2015/jun/29/joseph-stiglitz-how-i-would-vote-in-the-greek-referendum

Ciò che chiamiamo Utopia un giorno sarà Normalità

23 ottobre 2014 Lascia un commento

Kobane

Ci siamo abituati a tutto, e a tutto ci abitueremo. E’ solo questione di tempo e perseveranza. Eravamo cacciatori-raccoglitori e siamo diventati contadini, da contadini operai, e poi disoccupati e lavoratori precari.

Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Oggi nessuno più si stupisce della precarietà a vita. Il lavorio quotidiano di una lotta di classe al contrario ha creato nuove mostruose consuetudini. Telecamere di sorveglianza ovunque, tracciamento dei dati personali, controlli di polizia e perquisizioni corporali in ogni dove giustificate dalla minaccia del terrorismo. Tutte normali assurdità. Cose a cui ci si abitua.

E’ per questo che le battaglie puramente a difesa dei diritti acquisiti non hanno grandi prospettive di successo. Chi viene assediato prima o poi cede per mancanza di rifornimenti. Dobbiamo essere noi a decidere chi diventare. Decidere noi a cosa vogliamo abituarci, e un giorno considereremo normalità ciò che oggi chiamiamo utopia. Vedremo realizzati i nostri sogni invece dei nostri incubi peggiori.

Qual è la forza delle donne e degli uomini di Kobane? Presumibilmente, per quanto ne possa sapere io, la loro forza sta nell’aver deciso che vita vivere, chi diventare, nell’aver dato vita alla zona autonoma del Rojava e fatto di un’utopia una realtà.

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Per approfondire:
– E’ nata la piattaforma di supporto Support Kobane (importanti informazioni le fornisce baruda).
– Preziose informazioni di base sul Rojava dai Wu Ming.
– Qui la pagina dell’iniziativa Napoli per Kobane.

Una hit per l’Armistizio

8 settembre 2014 Lascia un commento

Per il nostro 8 settembre un evergreen in ricordo di Badoglio.

Israeli Requiem?

22 luglio 2014 Lascia un commento

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Deutsches Requiem, di Jorge Luis Borges

Seppur egli mi togliesse la
vita, in lui confiderò.
GIOBBE, 13 : 15

II mio nome è Otto Dietrich zur Linde. Uno dei miei antenati, Cristoph zur Linde, morì nella carica di cavalleria che decise la vittoria di Zorndorf. Il mio bisnonno materno, Ulrich Forkel, fu assassinato nella foresta di Marchenoir da franchi tiratori francesi, negli ultimi giorni del 1870; il capitano Dietrich zur Linde, mio padre, si distinse nell’assedio di Namur, nel 1914 e, due anni dopo, nella traversata del Danubio.1 Quanto a me, sarò fucilato come torturatore e assassino. Il tribunale ha proceduto con rettitudine; fin dal principio, io mi sono dichiarato colpevole. Domani, quando l’orologio della prigione suonerà le nove, sarò entrato nella morte; è naturale che pensi ai miei maggiori, giacché son cosi presso alla loro ombra, giacché in qualche modo io sono loro.

1 È significativa l’omissione dell’antenato più illustre del narratore, il teologo ed ebraista Johannes Forkel (17994846), che applicò la dialettica di Hegel alla cristologia e la cui versione letterale di alcuni dei Libri Apocrifi meritò la censura di Hengstenberg e l’approvazione di Thilo e Gesenius. (Nota dell’editore del manoscritto tedesco.)

Durante il giudizio (che fortunatamente è durato poco) non ho parlato; giustificarmi, allora, avrebbe ritardato il verdetto e sarebbe apparso un atto di codardia. Ora è un’altra cosa; e questa notte che precede la mia esecuzione, posso parlare senza timore. Non desidero essere perdonato, perché non c’è colpa in me, ma voglio essere compreso. Chi saprà ascoltarmi, capirà la storia della Germania e la futura storia del mondo. So che casi come il mio, eccezionali e sorprendenti ora, saranno presto comuni. Domani morrò, ma sono un simbolo delle generazioni future.

Sono nato a Marienburg, nel 1908. Due passioni, ora quasi dimenticate, mi permisero di affrontare con coraggio e anzi con letizia molti anni infausti: la musica e la metafisica. Non posso menzionare tutti i miei benefattori, ma ci sono due nomi che non mi rassegno ad omettere: quelli di Brahms e di Schopenhauer. Praticai anche la poesia; a quei nomi voglio unire un altro grande nome, William Shakespeare. Un tempo, m’interessò la teologia, ma da tale fantastica disciplina (e dalla fede cristiana) mi sviò per sempre Schopenhauer, con ragioni dirette; Shakespeare e Brahms, con l’infinita varietà del loro mondo. Sappia, chi indugia meravigliato, tremante di tenerezza e di gratitudine, davanti a un qualunque luogo dell’opera di quei beati, che anch’io, l’abominevole, vi indugiai. Intorno al 1927 entrarono nella mia vita Nietzsche e Spengler. Osserva uno scrittore del secolo XVIII che nessuno vuol essere debitore dei suoi contemporanei; io, per liberarmi di un’influenza che presentivo opprimente, scrissi un articolo intitolato Abrechnung mit Spengler, nel quale facevo notare che il monumento dove appaiono più chiaramente i tratti che l’autore chiama faustiani non è il composito dramma di Goethe,2 ma un poema scritto venti secoli fa, il De rerum natura. Resi giustizia, tuttavia, alla sincerità del filosofo della storia, al suo spirito radicalmente germanico (Lerndeutsch) militare. Nel 1929 entrai nel Partito.

2 Altri popoli vivono con innocenza, in sé e per sé, come i minerali o le meteore; la Germania è lo specchio universale che riceve tutti gli altri, la coscienza del mondo (das Weltbewusstsetn). Goethe è il prototipo di tale comprensione ecumenica. Non lo critico, ma non vedo in lui l’uomo faustiano della tesi di Spengler.

Poco dirò dei miei anni di apprendistato. Furono più duri per me che per molti altri, giacché per quanto non mi difetti il coraggio, mi manca ogni vocazione per la violenza. Compresi, però, che eravamo alla soglia d’un tempo nuovo e che questo tempo, paragonabile alle epoche iniziali dell’Islam e del cristianesimo, esigeva uomini nuovi. Individualmente, i miei camerati mi erano odiosi; invano cercavo di convincermi che per l’alto fine che ci univa non eravamo individui.

Affermano i teologi che se l’attenzione del Signore si distogliesse un solo secondo dalla mia mano destra che scrive, essa ricadrebbe nel nulla, come se la folgorasse un fuoco senza luce. Nessuno può esistere, io dico, nessuno può bere un bicchiere d’acqua e rompere un pezzo di pane, senza giustificazione. Per ogni uomo la giustificazione è diversa; io attendevo la guerra inesorabile che avrebbe provato la nostra fede. Mi bastava sapere che sarei stato un soldato delle sue battaglie. Temetti a volte che ci defraudasse la codardia dell’Inghilterra e della Russia. Il caso, o il destino, intessé diversamente il mio avvenire: il primo marzo del 1939, all’imbrunire, ci furono tumulti a Tilsit che i giornali non registrarono; nella strada dietro la sinagoga, due pallottole mi attraversarono la gamba, che fu necessario amputare.3 Pochi giorni dopo, i nostri eserciti entravano in Boemia; quando le sirene lo proclamarono, io ero degente nell’ospedale, cercando di perdermi e di obliarmi nei libri di Schopenhauer. Simbolo del mio vano destino, dormiva sul davanzale della finestra un gatto enorme e soffice.

3 Si dice che le conseguenze di quella ferita siano state molto gravi. (Nota dell’editore del manoscritto.)

Nel primo volume dei Parerga und Paralipomena rilessi che tutti i fatti che possono accadere a un uomo, dall’istante della sua nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui. Cosi, ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio. Non c’è consolazione più abile del pensiero che abbiamo scelto le nostre disgrazie; una tale teleologia individuale ci rivela un ordine segreto e prodigiosamente ci confonde con la divinità. Quale ignorato proposito (mi chiesi) mi aveva fatto scegliere quella sera, quelle pallottole e quella mutilazione? Non il timore della guerra, ne ero certo; qualcosa di più profondo. Alla fine credetti di capire. Morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza; lottare in Efeso contro le fiere è meno duro (migliaia di martiri oscuri lo fecero) che essere Paolo, servo di Gesù Cristo; un atto è meno che tutte le ore d’un uomo. La battaglia e la gloria sono cose facili; più ardua dell’impresa di Napoleone fu quella di Raskolnikov. Il sette febbraio del 1941 fui nominato vicedirettore del campo di concentramento di Tarnowitz.

L’esercizio di quella carica non mi fu grato, ma non peccai mai di negligenza. Il codardo si prova tra le spade; il misericordioso, il pietoso, cerca la vista delle carceri e dell’altrui dolore. Il nazismo, intrinsecamente, è un fatto morale, uno spogliarsi del vecchio uomo, che è viziato, per vestire il nuovo. Nella battaglia, tra il clamore dei capitani e le grida, tale mutamento è cosa comune; non cosi in un’ignobile cella, dove ci tenta con antiche commozioni l’insidiosa pietà. Non invano scrivo questa parola; la pietà per l’uomo superiore è l’ultimo peccato di Zarathustra. Quasi lo commisi (lo confesso) quando ci inviarono da Breslau l’insigne poeta David Jerusalem.

Era questi un uomo di cinquantanni. Povero di beni di questo mondo, perseguitato, negato, vituperato, aveva consacrato il suo genio a cantare la felicità. Mi sembra di ricordare che Albert Soergel, nell’opera Dichtung der Zeit, lo paragona a Whitman. Il paragone non è felice: Whitman celebra l’universo in modo previo, generico, quasi indifferente; Jerusalem si rallegra di ogni cosa, con minuzioso amore. Non fa mai enumerazioni, cataloghi. Posso ancora ripetere molti esametri di quel profondo poema che s’intitola Tse Yang, pittore di tigri, che è come striato di tigri, come carico e attraversato da tigri oblique e silenziose. Neppure dimenticherò il soliloquio, Rosencrantz parla con l’Angelo, nel quale un usuraio londinese del secolo XVI cerca invano, morendo, di giustificare le proprie colpe, senza sospettare che la segreta giustificazione della sua vita è aver ispirato a uno dei suoi clienti (il quale l’ha visto una sola volta e ch’egli non ricorda) il carattere di Shylock. Uomo dagli occhi memorabili, di pelle citrina, dalla barba quasi nera, David Jerusalem era il prototipo dell’ebreo sefardita, sebbene appartenesse ai depravati e odiati Ashkenazim. Fui severo con lui; non permisi che m’intenerissero la compassione, né la sua gloria. Avevo compreso da tempo che non c’è cosa al mondo che non sia germe d’un Inferno possibile; un volto, una parola, una bussola; una pubblicità di sigarette, potrebbero render pazza una persona, se questa non riuscisse a dimenticarli. Non sarebbe pazzo un uomo che s’immaginasse continuamente la carta d’Ungheria? Decisi di applicare questo principio al regime di disciplina del campo e…4 Alla fine del 1942, Jerusalem perdette la ragione; il primo marzo del 1943, riusci a darsi morte.5

4 È stato indispensabile, a questo punto, omettere alcune ri ghe. (Nota dell’editore del manoscritto*)
5 Né negli archivi né nell’opera di Soergel figura il nome di Jerusalem. Neppure le storie della letteratura tedesca lo regi strano. Non credo, tuttavia, che si tratti di *un personaggio falso. Per ordine dì Otto Dietrich zur Linde furono torturati a Tarnowitz molti intellettuali ebrei; tra essi, la pianista Emma Rosenzwcig. “David Jerusalem” è forse un simbolo di vari individui. Ci vien detto che mori il primo marzo del 1943; il primo marzo del 1939, il narratore fu ferito a Tilsit* {Nòta dell’editare dei manoscritto)

Ignoro se Jerusalem abbia compreso che, se lo distruggevo, era per distruggere la mia pietà. Ai miei occhi, egli non era un uomo, e neppure un ebreo; s’era trasformato nel simbolo di una detestata zona della mia anima. Agonizzai con lui, morii con lui, in qualche modo mi son perduto con lui; perciò fui implacabile.

Intanto, giravano su noi i grandi giorni e le grandi notti di una guerra felice. C’era, nell’aria che respiravamo, un sentimento simile all’amore. Come se bruscamente il mare fosse stato vicino, c’era uno stupore e un’esaltazione nel sangue. Tutto, in quegli anni, era differente; anche il sapore del sonno. (Io, forse, non fui mai pienamente felice, ma si sa che la sventura esige paradisi perduti.) Non c’è uomo che non aspiri alla pienezza, cioè alla somma di esperienze di cui un uomo è capace; non c’è uomo che non tema d’essere defraudato di una parte di quel patrimonio infinito. Ma la mia generazione ha avuto tutto perché prima le fu data la gloria e poi la disfatta.

Nell’ottobre o nel novembre del 1942 mio fratello Friedrich perì nella seconda battaglia di El Alamein, sulle sabbie egiziane; un bombardamento aereo, mesi dopo, distrusse la nostra casa natale; un altro, alla fine del 1943, il mio laboratorio. Incalzato da vasti continenti, il Terzo Reich moriva; la sua mano stava contro tutti e le mani di tutti contro di lui. Accadde allora una cosa singolare, che ora credo di capire. Io mi credevo capace di vuotare il calice dell’ira, ma alla feccia mi arrestò un sapore inatteso, il misterioso e quasi terribile sapore della felicità. Tentai diverse spiegazioni; nessuna mi soddisfece. Pensai: Sono contento della sconfitta, perché segretamente mi so colpevole e solo la punizione può redimermi. Pensai: Sono contento della sconfitta, perché e una fine e io sono stanco. Pensai: Sono contento della sconfitta perché è accaduta, perché è innumerevolmente unita a tutti i fatti che sono, che furono, che saranno, perché censurare o deplorare un solo fatto reale e bestemmiare l’universo. Tentai tali ragioni, finché trovai la vera.

È stato detto che tutti gli uomini nascono aristocratici o platonici. Ciò equivale ad affermare che non c’è discussione di carattere astratto che non sia un momento della polemica di Aristotele e Piatone; attraverso i secoli e le latitudini, cambiano i nomi, le lingue, i volti, ma non gli eterni antagonisti. Anche la storia dei popoli registra una continuità segreta. Arminio, quando massacrò in una palude le legioni di Varo, non si sapeva precursore d’un Impero Germanico; Lutero, traduttore della Bibbia, non sospettava che il suo fine era quello di forgiare un popolo che distruggesse per sempre la Bibbia; Christoph zur Linde, che una pallottola moscovita uccise nel 1758, preparò in qualche modo le vittorie del 1914; Hitler credette di lottare per un paese, ma lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che il suo io lo ignorasse; lo sapevano il suo sangue, la sua volontà. Il mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada. Tale spada ci uccide, e noi siamo paragonabili al mago che tesse un labirinto ed è costretto a errarvi fino alla fine dei suoi giorni, o a David che giudica uno sconosciuto e lo condanna a morte e ode poi la rivelazione: Tu sei quell’uomo. Molte cose bisogna distruggere, per edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino del nostro amato paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che il nostro dono sia circolare e perfetto.

Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che importa è che domini la violenza, non la servile viltà cristiana. Se la vittoria e l’ingiustizia e la felicità non sono per la Germania, siano per altri popoli. Che il cielo esista, anche se il nostro luogo è l’inferno.

Guardo il mio volto nello specchio per sapere chi sono, per sapere come mi comporterò tra qualche ora, quando mi troverò di fronte alla fine. La mia carne può aver paura; io, no.

 

L’odio

20 luglio 2014 Lascia un commento

2001-odissea-spazio-ego-05I. Io che mi alzo con il sole, che consumo gli anni nella fatica di un lavoro che mi ha fatto a sua immagine. Io che ho sempre seguito gli insegnamenti, perché so che il mio sudore e le mie lacrime scorrono su quelle leggi scolpite nella pietra e saranno linfa vitale per i miei figli e i figli dei loro figli. Io so che tutti siamo nati uguali e del nostro destino siamo gli unici responsabili. Chi non costruisce, chi non è disposto al sudore, non venga a infastidirmi.

Essi sono parassiti, buoni solo a distruggere, rubare, uccidere. Come i vermi della terra vivono nell’ombra, fuggono il giorno e le sue pene. Ci offendono con la loro sola miserabile presenza. Terroristi, ci hanno dichiarato guerra. Ogni giorno ci colpiscono nelle nostre case, nei nostri villaggi. Strisciano e scavano nella melma, covano rancore e godono della loro misera vita. E non la meritano. Ciò che meritano è di essere schiacciati, infilati all’amo del pescatore.

E schiacciati li abbiamo, a migliaia li abbiamo rinchiusi, privati dell’aria e della dignità, affinché capissero. Abbiamo fatto terra bruciata intorno a loro e ai loro amici. Eppure sono sempre lì, a fissarci nei loro stracci schifosi. Ci odiano, vogliono la nostra morte.

La misura è colma. Ciò che dobbiamo fare siamo pronti a farlo e lo faremo da soli. Siamo sempre stati soli contro tutti e lo saremo anche in questo giorno. Non ci aspettiamo applausi, la solidarietà non ci serve. Difenderci è nostro diritto e nessun’anima bella può venire a giudicarci. Oggi ci disprezzate, ma domani ci ringrazierete. La storia non rimpiangerà chi non la merita.

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II. Loro hanno tutto, noi niente. Loro ci hanno portato via tutto. Vorrebbero farci scomparire dalla faccia della terra, ma non ci riusciranno. Non ci vergogniamo delle nostre vite miserabili. Ogni giorno sappiamo di poter morire. Noi siamo pronti a morire, ma ogni giorno della nostra vita sarà consacrato alla nostra missione. Vivere, sopravvivere, e rendervi la vita impossibile.

A voi che vivete nelle vostre belle città, guidate le vostre belle auto. Pianificate la vostra vita, il vostro futuro, gli studi e l’avvenire dei vostri figli. A voi che tanto siete impegnati nella ricerca della felicità. Noi siamo qui a ricordarvi che non è un vostro diritto. Perché non avete diritto di calpestare questa terra. Noi saremo le zanzare fastidiose che vi rovinano le serate d’estate nei giardini dei vostri insediamenti.

Ci ucciderete a centinaia, lo avete già fatto e so che lo farete ancora. Ma noi continueremo sempre a succhiarvi il sangue, perché questa e la nostra vita. E noi la amiamo e la accettiamo per quella che è. Fino alla vittoria.