Archivio

Archive for settembre 2011

La propaganda

30 settembre 2011 Lascia un commento

“Il XX secolo è stato caratterizzato da tre sviluppi di grande importanza politica: la crescita della democrazia, la crescita del potere economico, e la crescita della propaganda per proteggere il potere economico dalla democrazia.”

Alex Carey

Precaria – Festival del precariato

27 settembre 2011 Lascia un commento

Sulla strada dell’appuntamento del 15 ottobre invitiamo i nostri lettori a partecipare a Precaria – Festival del precariato – Napoli – Dal 29 settembre al 1 ottobre 2011 – Festival delle culture e dei soggetti del precariato metropolitano.

Guarda il Programma

 

 

 

 

15 ottobre: toma la calle

25 settembre 2011 Lascia un commento

Gli appelli alla mobilitazione.

Il 15 maggio scorso sono scesi nelle piazze, e le hanno occupate, a Madrid prima, in altre città spagnole poi. Seguendo l’esempio di piazza Tahrir, hanno annunciato la “rivoluzione spagnola”, si sono organizzati in assemblee, gruppi di lavoro, sono il Movimento 15-M, noti anche come indignados.

Dalle varie realtà che compongono questo movimento sembra essere emersa la piattaforma Democracia real Ya, con un manifesto ed una serie di proposte di riforme per la politica spagnola: stato sociale, servizi pubblici, reddito di base, privilegi dei politici, strapotere delle lobby finanziare, denuncia dello svuotamento della rappresentanza politica – in particolar modo dovuta al sistema maggioritario – bipolare, ritorno al sistema proporzionale, etc..

Poco dopo ci sono stati degli episodi di emulazione anche in Italia, su cui si possono avere dei ragionevoli dubbi: professionisti-di-un-anonimo-movimentismo-virtuale e spontaneamente-libere-da-ogni-strumentalizzazione

Da questa piattaforma è partito un appello alla mobilitazione per il 15 ottobre: “It is time to raise our voice. Our future is at stake, and nothing can hold back the power of millions of people when they unite for a common goal”. La parola d’ordine che unisce i vari movimenti che aderiscono a Democrazia real Ya è “We are not goods in the hands of politicians and bankers”. Da un lato milioni di cittadini di tutto il mondo, lavoratrici e lavoratori, dall’altro il potere finanziario, i leader e i partiti politici, ma anche le classi dominanti: “Pressured by financial powers, our political leaders work for the benefit of just a few, regardless of the social, human or environmental cost this may cause. By promoting wars for profit and impoverishing whole populations, our ruling classes are depriving us of our right to a free and just society.” Saremo in tanti, e non potranno non ascoltare la nostra voce “It’s time for them to listen to us. United we will make our voices heard!”.

In seguito è stato diffuso un comunicato in cui si presenta il comitato nazionale italiano: Coordinamento-15-ottobre-comunicato Verso-15-ottobre-Nasce-il-Coordinamento. Una manifestazione è stata indetta Roma, 15 ottobre. Per aggiornamenti, GlobalProject.

Ma che significa democrazia reale? Vuol dire comunismo o una diversa legge elettorale?

La cosa che non ci convince è il richiamo alla democrazia reale: “Gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri, chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”. Che significa “democrazia reale ora”? Non pretendiamo che lo spieghi qualcuno, ma discutere un po’ su questo concetto sarebbe una buona idea.

Di base c’è l’insoddisfazione per il sistema della democrazia rappresentativa, un sentimento molto diffuso, che si concretizza o in una richiesta di ritorno al sistema elettorale proporzionale, o genera una critica più radicale al sistema parlamentare, o con la mera anti-politica, o un miscuglio delle tre. L’insoddisfazione per il sistema della democrazia rappresentativa può essere il terreno su cui si svolge tutto ciò che sfocia direttamente nell’antipolitica. Il ritorno al sistema elettorale proporzionale è una soluzione dubbia da vendere ai più sprovveduti (scusate la parentesi): sistema elettorale uninominale su base proporzionale (fino al 1993 ci abbiamo eletto il Senato). Dividono il territorio in collegi, ogni collegio elegge tot parlamentari in maniera proporzionale ai voti. Tutto apparentemente bello, ma in realtà non è detto che sia un sistema realmente proporzionale. Se il collegio eleggesse due soli parlamentari, verrebbero eletti i due parlamentari dei maggiori partiti, cioè maggioritario puro. È solo un esempio un po’ naif, ma ci fa rendere conto che esistono infinite manipolazioni. Altro esempio le preferenze; è vero, “decido io” chi votare, ma è comprovato che le preferenze favoriscono il voto di scambio.

Resta il problema politico di una convergenza al centro dei maggiori (e maggioritari) partiti di destra e di sinistra, dove convergere al centro vuol dire adesione incondizionata al pensiero unico del libero-mercato. Insomma, si può optare per un sistema elettorale o per un altro, ma questo non intacca le questioni di fondo.

Sul “ora” non ho dubbi, e concordo: il cambiamento lo vogliamo adesso e non in un non ben definito futuro. Quello che vorrei capire meglio è il concetto di “democrazia reale”. Democrazia reale, a me fa venire in mente la democrazia sostanziale, in contrapposizione alla democrazia formale (fatta di elezioni, parlamenti, etc.), quella che dovrebbe seguire la rivoluzione del proletariato, di pari passo e con il presupposto del superamento e abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e delle classi sociali. C’è anche una questione linguistica, e non so quanto le traduzioni dallo spagnolo all’italiano la abbiano tenuta in conto: non sono sicuro che “democrazia reale” sia uguale a “reale democrazia”. Se dico che voglio una “democrazia reale”, voglio qualcosa di radicalmente diverso dal sistema democratico (parlamentare) che abbiamo ora. Se invece dico di volere una “reale democrazia”, allora voglio che il sistema democratico attuale funzioni bene, in maniera migliore, in base a quella che è la sua vera natura e gli scopi per cui è nato. Non mi sembra una questione da poco, anche perché, se non sono chiari gli obbiettivi del movimento, difficilmente essi potranno essere realizzati. In questo sistema l’unica strada (stretta e tortuosa) verso una “reale democrazia ” è la partecipazione attiva e costante, ma sempre nell’ottica della rappresentanza. Altri sistemi sostanziali prevedono passi concettuali che ancora non si è disposti a fare (purtroppo). Un secondo punto solo sfiorato è che non c’è democrazia senza emancipazione economica. Il vice versa sembra molto chiaro a tutti, ma il fatto che si trascuri la relazione diretta per me è indice che i vari indignados siano inconsapevolmente abbastanza devoti al dio mercato.

Il comunicato procede poi con denunce molto chiare, inquadrando il ruolo fondamentale delle organizzazioni europee e internazionali, e il ruolo di mero esecutore riservato ai governi nazionali. “Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere”. Quest’ultimo passaggio è fondamentale, perché, dopo aver parlato di una visione di un Europa basata sulla democrazia reale, si parla di un Europa aperta al mondo, al mediterraneo, non più fortezza da espugnare. Solo unendo le nostre istanze a quelle che vengono dal nord africa e dagli altri paesi del mediterraneo potremmo vincere.

Indignarsi non basta. Ovvero, la rivoluzione senza soggetto rivoluzionario, e lo spirito di rivolta senza rivoluzione.

Un altro documento circola in rete. Forse per una questione linguistica, forse in italiano il significato non è lo stesso che in spagnolo, o forse perché l’anti-berlusconismo ci ha insegnato (non a tutti purtroppo) che l’indignazione è una passione triste, che a poco serve contro l’arroganza del potere. Questo secondo documento chiarisce che “indignarsi non basta”. E’ più pragmatico nella misura in cui invita alla mobilitazione ma anche al confronto. Alla fine, però il richiamo alla “democrazia reale” non manca.

Da poco si è tenuto un meeting a Barcellona, ecco il documento finale, sintetico ed efficace. Mi piace il tono, più lucido per certi versi, organizzato in punti: si vede che il confronto ha giovato.

Ecco alcuni punti:

1. “we reject austerity as a solution of the current crisis since it leads to an authoritarian and anti-democratic  management of the common wealth.”

2. “Faced with this material and existential precarity [temo che “precarity” non esista nel vocabolario inglese, come alcuna traduzione di “precarietà”] we demand the democratization of the economic system and European governance. This will allow the construction of a new economic model of social welfare based on two aspects: the guarantee of an unconditional access to income (basic income for everybody) and the effective and free access to social rights and common wealth (education, health care, housing, knowledge, environment). To make this possible we need to create European fiscal, budgetary and social policies, as well as to audit the debt. […]”.

Piuttosto che di democrazia reale, qui si parla di democratizzazione del sistema economico e governativo europeo. Europeo. E’ solo su scala europea che si possono far valere i diritti: reddito di base, diritti sociali. “Per un Europa dei popoli e non delle banche”. Ma l’Europa non può essere una fortezza, i diritti non hanno frontiere:

4. “…the position of migrants is the clearest example of the deprivation of labor rights and the devaluing of their contribution to economic production. This is the model that is being extended and imposed on all working populations. We demand social, political and citizenship rights for all regardless of whether you have an employment contract or not. We demand the concession of these rights to all migrants living in European countries. We are all migrants. No one is illegal!”.

Adesso però si passa dalle rivendicazioni alla parte più strettamente “politica”:

5. “We must transform the models of democracy and re-appropriate politics through direct participation in all spheres of political economic and social life. The current model of representative democracy is exhausted. No one represents us! For these reasons on 15th of October we call everyone to express together our refusal of their  policies which – they pretend – will lead us out of the crisis. Lets demand a real democracy!”.

Il modello corrente di rappresentanza democratica è esaurito ormai. E qui sono d’accordo. Da una parte però si dice che “noi dobbiamo trasformare”, però poi si incita a “richiedere una reale democrazia” (o democrazia reale?). Richiedere a chi?

Molte delle analisi sono chiare è condivisibili. Ciò che ancora non è veramente chiaro  dei movimenti vari – soprattutto italiani – è la scelta di una strategia:

1. cercare qualche interlocutore più o meno istituzionale e provare una mediazione?

2. auto organizzarsi e “scendere in campo”?

3. puntare all’insorgenza di massa?

Senza una scelta tra queste ed altre vie non è facile produrre sintesi concrete.

Zizek commenta, nel contesto delle rivolte in nord africa, Inghilterra, e Grecia, in maniera lucidissima:  “Guardiamo più da vicino, per esempio, il manifesto degli indignados spagnoli e troveremo una sorpresa. La prima cosa che salta all’occhio è il tono marcatamente apolitico: <<Alcuni di noi si considerano progressisti, altri conservatori. Alcuni di noi sono credenti, altri no. Alcuni di noi hanno ideologie chiaramente definite, altri sono apolitici. Ma tutti siamo preoccupati e indignati per la situazione politica, economica e sociale che vediamo intorno a noi: una corruzione tra i politici, gli uomini d’afari e i banchieri che ci lascia impotenti e senza voce>>. Gli indignados esprimono la loro protesta a nome delle <<verità inalienabili che dobbiamo rispettare nella nostra società: il diritto alla casa, al lavoro, alla cultura, alla salute, all’istruzione, alla partecipazione politica, al libero sviluppo della persona e ai diritti del consumatore per una vita sana e felice>>. Rifiutando la violenza, invocano una rivoluzione etica. <<Invece di mettere il denaro al disopra degli esseri umani, noi lo rimetteremo al nostro servizio. Siamo persone, non prodotti>>. E chi sarà l’agente attivo di questa rivoluzione? L’intera classe politica, destra e sinistra, viene liquidata come corrotta e dominata dalla brama di potere, eppure il manifesto consta di una serie di richieste. Rivolte a chi? Non al popolo stesso: gli indignados non sostengono (per ora) che nessun altro lo farà per conto loro, che dovranno essere loro stessi, parafrasando Gandhi, il cambiamento che vogliono produrre. È qui, in questo punto cruciale, che troviamo la fatale debolezza delle proteste: esprimono una rabbia autentica che però non riesce a trasformarsi in un programma positivo minimo di cambiamento sociopolitico. Esprimono uno spirito di rivolta senza rivoluzione.”

La paralisi europea e il pensiero unico.

Con il trattato di Maastricht nel 1992 venne fondata l’Unione Europea. In base al trattato entro il 1º gennaio 1999 sarebbe nata da esso la Banca centrale europea (BCE) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Venne stabilito come parametro fondamentale (in vero uno dei cinque) per la convergenza monetaria il mantenimento al di sotto del 3% del famoso rapporto deficit/PIL. Questo vuol dire che fin dalla nascita l’Europa ha deciso di crescere economicamente a debito. Oggi, grazie a questa, viviamo una contraddizione forte: la politica monetaria è in mano alla BCE, mentre il debito è rimasto a carico degli stati nazionali. Una sorta di schizofrenia monetaria. Abbiamo devoluto parte della sovranità nazionale ad un’istituzione centrale europea, ma abbiamo lasciato agli stati nazionali gli oneri che ne conseguono.

Mentre i reazionari dicono di uscire dall’euro e dall’Europa, la soluzione progressista è che anche il debito diventi europeo. Anzi, il futuro è e deve essere al più presto quello di un Europa in cui gli stati nazionali rinuncino completamente alla sovranità e la lascino alle istituzioni europee. Di fatto, sono Germania, Francia e Inghilterra che decidono la politica industriale, militare e finanziaria. Per tutti, senza alcun controllo democratico, neanche dal punto di vista formale – per non parlare di democrazia reale. La commissione e il parlamento europeo, mi sembra palese che non contano una cippa sulle questioni più serie. La sovranità o si ha tutta o non la si ha. Quindi bisogna decidersi. Per come è la situazione attuale, le elite che governano nei paesi europei non potranno mai fare una scelta politica di questo tipo. Mai cederanno il loro potere, perché sono troppo miopi e attaccati ai loro interessi per scegliere una politica lungimirante. Lungimirante non solo per i paesi più deboli, ma anche per i più forti comela Germania, che ad un certo punto si troveranno il deserto intorno. L’iniziativa politica per un’Europa unita di fatto, al momento, può solo nascere dai movimenti popolari, di precari, migranti, dalle forze che reggono il sistema e che da esso vengono schiacciate ed emarginate. Questi movimenti sociali si stanno già ora sviluppando su scala europea, come per il 15 ottobre, e potranno essere la forza motrice di un’Europa migliore, se riusciranno a creare un’unità di intenti e di azioni, e a passare dalla mera protesta/richiesta all’azione politica. Se questa cosa avverrà, si potrà anche sperare che una nuova Europa sia libera dall’ideologia-religione del libero mercato, che opprime l’Europa di oggi. E’ compito dei movimenti dei precari, dei migranti, del 15-ottobre, far politica affinché non sia più un “Europa delle banche” bensì un “Europa dei popoli”, per una democrazia reale, o quantomeno una reale democrazia.

Lo aveva già capito Gramsci nel 1918 (!), cogliendo la somiglianza tra il processo di unione europea e il Risorgimento italiano: “Si ripeterà lo stesso fatto che per l’unità italiana: sarà l’iniziativa politica dei sovversivi, nel presente come nel passato, che travolgerà le inettitudini e gli interessi particolari delle classi dominanti” (ristampato recentemente in odio gli indifferenti).

Più veloce della luce – Un’altra figura di monnezza

25 settembre 2011 1 commento

In seguito alla “scoperta” dei ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di neutrini che supererebbero la velocità della luce sul sito del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è stato pubblicato il seguente comunicato:

Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini

“La scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza.”

Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.
Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Inoltre, oggi l’Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l’anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante”.

Appena finito di ridere per la ridicolaggine del tunnel (i neutrini sono talmente “piccoli” da attraversare senza problemi i nuclei degli atomi) sono stato preso da un profondo sconforto.

La responsabilità politica del comunicato è chiaramente dell’ignorante ministra. Purtroppo chi ha materialmente scritto questa infelice nota è un funzionario “tecnico” del ministero che continuerà ad essere ai vertici del sistema educativo e di ricerca ben oltre la Gelmini.

La mediocrità della classe dirigente del ministero ci è assicurata ancora a lungo.

Si afferma che “Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo”. Sembra che ci fosse una gara per superare questo limite e che la ricerca made in Italy abbia vinto. Ovviamente è tutto falso. Da più di un centinaio d’anni le teorie della fisica sono state costruite sull’assunto che la velocità della luce non potesse essere superata. Nessuna gara. Il comunicato è solo uno sciatto tentativo di propaganda sciovinista di chi non conosce neanche un minimo di storia della scienza.

In più un’altra nota di colore, che sfida ogni buonsenso è voler far apparire il misero finanziamento italiano nella costruzione di LHC, come un brillante investimento già ampiamente ripagato.

Facendo un ragionamento da salumeria lo stanziamento italiano per questo fantomatico tunnel di750 kmsarebbe stato di 45 milioni di euro. In effetti sarebbe stato di 60.000 euro a chilometro, ovvero 60 euro al metro, cioè 6 euro ogni10 centimetri. Meno di una collanina di bigiotteria.

La TAVci è costata tra i 49 ed i 60 milioni di euro a chilometro, ma forse i dirigenti del ministero non hanno dimestichezza con l’aritmetica.

Categorie:News Tag:

Voto parlamentare

24 settembre 2011 Lascia un commento

“Lo Stato perirà nel momento in cui il potere legislativo sarà più corrotto dell’esecutivo.”

C.L. Montesquieu

Tobin Tax

18 settembre 2011 Lascia un commento

Come dimostrano le due recenti manovre economiche varate dal governo italiano nell’estate 2011, di questi tempi tutto può essere sacrificato sull’altare del dio mercato. Welfare, lavoro ed equità sono naturalmente le prime vittime, ma oggi si va oltre: per stupidità o incapacità, la destra pseudoliberale, in nome della stabilizzazione del bilancio sacrifica un pilastro del capitalismo: la crescita.

L’operazione culturale di supporto a questa politica è far ricadere la colpa sul nuovo nemico pubblico: speculatore.

La cosa che non si dice è che la linea di demarcazione tra investitori belli, bravi e unti dal signore (prrr) e i famigerati speculatori è più che altro un mito. L’investimento finanziario non serve affatto a finanziare l’economia reale.

Purtroppo la situazione è molto più grave di quanto si dica. Grazie alla riforma del T.F.R. voluta da Tremonti, quando un lavoratore va in pensione la “liquidazione” nella gran parte dei casi viene affidata a fondi di investimento. Da un lato ciò significa che le pensioni integrative di milioni di lavoratori (vedi fondo Cometa) sono nelle mani del dio mercato, dall’altro che allo stato attuale tutti noi alimentiamo in qualche modo la speculazione.

 

Una discriminante vera tra un risparmiatore che irretito dalle banche gioca d’azzardo sui mercati finanziari ed un fondo speculativo è il numero netto di transazioni effettuate dal capitale.

Mentre quello che si definisce un risparmiatore fa un investimento e spera tutto il tempo che la cedola maturi, uno speculatore (o un hedge fund) compie decine, centinaia, a volte migliaia di transazioni quotidiane per trarne il maggior profitto possibile.

Si tenga presente che negli anni ’70 i prodotti finanziari si compravano per telefono, chiamando un trader o una banca che effettuava materialmente l’operazione. Invece oggi un computer collegato ad internet fa di tutti noi potenziali trader, generando un numero di transazioni (spesso speculative) milioni di volte maggiori di quelle possibili 20, 30, 40 anni fa.

 

Nel 1972 Mr. James Tobin (premio Nobel per l’Economia 1981), propose di tassare tutte le transazioni valutarie con un’aliquota tra lo 0,05% e l’1%. L’idea era, di penalizzare le speculazioni valutarie a breve termine con il duplice obbiettivo di stabilizzare i mercati e, contemporaneamente, ricavare entrate da destinare alla comunità internazionale.

In realtà Tobin non era un santo. È solo che allora, al contrario di oggi, avere un mercato finanziario stabile era una cosa positiva per tutti. Oggi l’instabilità produce una valanga di profitti per le poche multinazionali finanziarie capaci di influenzarla a scapito della vita di miliardi di esseri umani.

L’esplosione del prezzo dei cereali, il crescente prezzo dei carburanti, fluttuazioni mistiche dei cambi, attacchi ai titoli di stato ed il famoso rating di qualsiasi prodotto finanziario sono pochi esempi di cosa produce il dio mercato.

 

Noi non pensiamo chela TobinTaxsia una soluzione a tutto ciò (l’unico vero problema è e rimane il capitalismo), ma la sua istituzione servirebbe a ridistribuire una minima parte di questi profitti generati al di fuori del lavoro.

 

Ps Secondo Wikipedia, con un tasso dello 0,1%la TobinTaxgarantirebbe ogni anno all’incirca 166 miliardi di dollari, il doppio della somma annuale necessaria ad oggi per sradicare in tutto il mondo la povertà estrema.

Una tassa del 0,1% significa pagare 10 euro per un’operazione di 10.000 euro.

Che cazzo, mica vi viene il braccino!?

Categorie:Economia Tag:

Il pericolo

17 settembre 2011 Lascia un commento

“Il pericolo non viene da ciò che non conosciamo, ma da ciò che crediamo sia vero ed invece non lo è.”

Mark Twain