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Archive for the ‘Ecoresistenza Quotidiana’ Category

Clima, MIT e democrazia

11 dicembre 2015 1 commento
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“Sì, il pianeta è andato distrutto. Ma per un momento magico generammo tanti tanti profitti per gli azionisti.”

 

Tutto ciò che oggi sappiamo sui cambiamenti climatici (dinamiche di enorme complessità su cui abbiamo ancora tanto da imparare) si può a buon diritto includere nella lista dei grandi successi della scienza. Al contrario l’inerzia con cui ne stiamo accettando il corso è una delle più grandi vergogne dell’umanità.

Si è svolta nei giorni scorsi a Parigi la COP21, ovvero la 21-esima conferenza sui cambiamenti climatici. Scopo della conferenza è, o almeno dovrebbe essere, raggiungere un accordo per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici (purtroppo abbiamo già da tempo superato il punto di non ritorno, ora si tratta di contenere i danni). Il punto fondamentale delle discussione, che mai viene affrontato alla radice, è ridurre le emissioni nell’atmosfera di tutti quei gas considerati responsabili dell’effetto serra. Sono 21 anni che delegati da tutto il mondo si riuniscono e discutono. Risultati: zero.

In questi stessi giorni un folto gruppo di studenti e ricercatori del MIT sta protestando con un civilissimo sitin che dura da più di 50 giorni (50!). Protestano contro le decisioni prese dal rettore Leo Rafael Reif riguardo la posizione del MIT nei confronti dei cambiamenti climatici.

Facciamo un salto indietro di circa 3 anni. Alcuni studenti del MIT rispondono all’appello della campagna “Fossil Free” che chiede di disinvestire dalle maggiori compagnie petrolifere o comunque legate ai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale, qui la lista delle top-200 compagnie). E’ un obiettivo ambizioso e molto concreto: levare il sostegno finanziario a chi causa l’effetto serra. Per il MIT si tratta di parte di un patrimonio finanziario che ammonta complessivamente a più di 13 miliardi di dollari.

Gli studenti fondano il gruppo “Fossil Free MIT”, raccolgono più di tremila firme, organizzano un’efficace campagna di sensibilizzazione. La direzione del MIT viene messa alle strette e accetta di far partire durante la primavera del 2015 una grande discussione che coinvolgerà tutta la comunità universitaria per decidere quali azioni il MIT debba prendere nei confronti dei cambiamenti climatici.

Al di là del peso finanziario del MIT, notevole ma trascurabile nell’economia petrolifera, ciò che conta è il peso simbolico, politico e morale. L’esempio di un’istituzione tanto importante. Durante la primavera di quest’anno si svolgono eventi, seminari, tavole rotonde. Eminenti scienziati vengono chiamati a prendere posizione. Noam Chomsky, insieme a molti altri, si schiera a favore del disinvestimento.

Scopo del rettore, evidentemente, è quello di imbrigliare le energie degli studenti e pilotare lo scontro politico verso acque per lui più sicure. Viene quindi formata una commissione il cui compito è stilare un rapporto che contenga delle raccomandazioni – non vincolanti! – da sottoporre alla direzione del MIT.

Qualche mese fa la commissione presenta nel suo rapporto una versione “ammorbidita” delle richieste iniziali degli studenti, suggerendo di limitare il disinvestimento alle compagnie che di occupano di carbone e sabbie bituminose, nonché alle società che negano la causa antropica dei cambiamenti climatici. Non vengono considerate le compagnie petrolifere, ma per lo meno la commissione appoggia, se pur in maniera parziale, l’idea forte del disinvestimento. Nonostante tutto è una sostanziale vittoria per il movimento degli studenti.

Un finale che non piace al rettore Rafael Reif, il quale decide di cancellare con un tratto di penna mesi di democratico confronto e di ignorare le raccomandazioni della commissione. Il 21 ottobre la direzione del MIT comunica che continuerà a investire in tutte le società legate ai gas serra come ha sempre fatto.

Il MIT continuerà a ricevere finanziamenti da ExxonMobil, BP, Chevron, Eni, Saudi Aramco, Shell, Statoil, Total, etc. ExxonMobil, che l’anno scorso ha firmato un contratto di 25 milioni di dollari con il MIT, potrà continuare a recitare la parte dell’azienda generosa e democratica che finanzia la ricerca scientifica.

Sono passati 50 giorni e gli studenti sono ancora lì, seduti fuori la stanza del direttore.

Onore a questi studenti. Essi sono un esempio per tutti noi.

 

ffmit

The 7th generation

14 novembre 2014 Lascia un commento

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Secondo la costituzione delle sei nazioni, i leader della comunità non devono prendere decisioni guardando all’interesse immediato, bensì al bene delle prossime sette generazioni a venire.

La mitologia degli indiani d’america narra di un’epoca in cui gli uomini erano miserabili nel corpo e nello spirito, pativano la fame e si massacravano in guerre continue. Questo periodo buio durò finché non ricordarono ciò che avevano dimenticato, ovvero come ottenere dalla natura di che vivere, restituendo il necessario affinché essa continui a sua volta a vivere e rigenerarsi.

Quando, migliaia di anni fa, i progenitori di quei popoli arrivarono in America, questi si espansero attraverso tutto il continente, in un tempo relativamente breve, sterminando e causando l’estinzione di numerose specie animali. Specie che per milioni di anni non avevano avuto predatori naturali (fonte: “Armi, acciaio e malattie”, di Jarod Diamond).

Possiamo immaginare che i discendenti di quegli uomini dovettero re-imparare a cavarsela con il poco che avevano a disposizione, a stabilire un nuovo equilibrio con la natura. Forse quel mito riflette l’antico ricordo di quanto accadde tanto tempo fa. Gli indiani d’america, molto prima di noi, affontarono una grande crisi ambientale. Faremmo bene a fare tesoro di questa esperienza e del loro insegnamento.

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Pirati #coalisstupid

29 ottobre 2014 Lascia un commento

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Spesso si pensa agli Stati Uniti come all’impero del male: brutale potenza militare all’estero e capitalismo incontrastato al suo interno. A guardar meglio ci si accorge che le divisioni sociali e le lotte di classe esistono negli Stati Uniti come ovunque nel mondo.

Essendo il paese con il capitalismo più avanzato, molti dei danni causati da questo sistema di potere si manifestano prima qui che in altri posti. Tuttavia, per lo stesso motivo alle volte (ma non sempre!) accade che le risposte e le iniziative di resistenza popolare siano di esempio ed ispirazione per altri movimenti resistenti in giro per il mondo.

Circa un anno fa due attivisti di Cape Cod decisero di salire su una barchetta per la pesca delle aragoste e gettare l’ancora lungo la rotta di una nave che trasportava carbone da bruciare in una vicina centrale elettrica. In due sono riusciti a bloccare il passaggio per 12 ore, un gesto altamente simbolico che ha scatenato un dibattito sulle fonti di energia e sull’esigenza di chiudere una volta per tutte quella maledetta centrale.

Ad un gesto tanto eclatante alcuni avrebbero voluto far seguire una punizione esemplare tramite una rappresaglia giudiziaria. La decisione del giudice è stata invece più sorprendente dell’azione di protesta! I due sono stati assolti poiché la loro azione era mirata a scongiurare un pericolo maggiore. Un po’ come quando si supera il limite di velocità per trasportare un ferito in ospedale. Una legge viene violata per evitare un danno più grave: la morte di una persona. E così è stato che il giudice ha considerato il loro atto, benché illegale, necessario per evitare un male assai più grande: la devastazione ambientale causata dalla centrale elettrica.

Maggiori info qui: lobsterboatblockade

Science for the People

16 maggio 2014 1 commento

sftp-2“Science for the People” è il nome di un gruppo di ricercatori, insegnanti e studenti (principalmente statunitensi) che sviluppò un percorso collettivo di critica del ruolo della scienza e della tecnologia nella società, di come le materie scientifiche vengono insegnate a scuola e all’università, di come la ricerca scientifica procede e perseguendo quali fini.

Science for the people (che potremmo tradurre come “Scienza per la Gente”) pubblicava (dal 1970 fino al 1989) in maniera indipendente una rivista periodica. Rileggendo gli articoli pubblicati 30-40 anni fa si rimane impressionati dalla loro attualità e dalla lucidità con cui certi problemi vengono affrontati. Il materiale originale pubblicato da SftP è disponibile in formato elettronico sul sito http://science-for-the-people.org/sftp-resources/magazine/ . Noi abbiamo pensato che valesse la pena tradurre alcuni articoli in italiano e pubblicarli qui su 30ore. I compagni di SftP non si limitavano alla critica teorica, ma a questa accompagnavano l’azione politica. Durante la guerra in Indocina organizzavano collaborazioni scientifiche e aiuti di vario genere a sostegno del Vietanam. Nel pieno della guerra fredda organizzavano collaborazioni con Cuba e la Cina.

Oggi ancor più che 40 anni fa, la ricerca scientifica è controllata direttamente o comunque fortemente influenzata delle elite finanziare e militari. Le tecnologie informatiche sono sempre più utilizzate per il controllo sociale e per la guerra, la ricerca medica e agro-alimentare è sempre più finalizzata al profitto piuttosto che a risolvere i problemi scottanti di salute e di fame nel mondo. Purtroppo oggi questi problemi, quando non semplicemente negati o ignorati, vengono spesso visti sotto una lente distorta che coltiva teorie complottiste e nutre un generico odio per la scienza, favorendo così un ritorno alla superstizione e condannando gli oppressi a una sostanziale impotenza. L’attualità di SftP è quella di spiegare, in maniera chiara e semplice, che la scienza e la tecnologia sono degli strumenti. Strumenti che oggi sono in mano alle elite dominanti e vengono utilizzati per gli scopi del Capitalismo, condannando la maggioranza dell’umanità a una vita di miseria, ma che possono anche diventare strumenti di lotta e di liberazione. Il problema non è quindi la scienza, la quale non è mai “pura” ma vive e cresce all’interno di un sistema sociale. Il vero problema, il nostro problema, è un sistema di potere criminale che persegue il profitto e riduce le persone a merci.

Proponiamo qui (clicca per aprire il PDF: ScienceTeaching-towards-an-alternative) la traduzione di parte di un articolo dal titolo “Science teaching: towards an alternative” (Insegnare le materie scientifiche: verso un’alternativa) comparso nel vol. IV, no. 5, pag. 6 di Science for the People nel settembre del 1972. L’articolo inizia da un’analisi dell’insegnamento delle materie scientifiche nella scuola e all’università per inquadrarla nel contesto generale del ruolo della ricerca scientifica e della tecnologia nella società. Si discute quindi di come la maniera in cui la scuola è organizzata sia funzionale al mantenimento della divisione della società in classi sociali e al perpetuarsi delle relazioni economiche e sociali vigenti. Nella seconda parte vengono discusse possibili alternative e illustrate alcune esperienze degli insegnati del collettivo.

Altri articoli di Science for the People tradotti in italiano: La scienza, gli scienziati e il Terzo Mondo.

Dal #fiumeinpiena

20 novembre 2013 Lascia un commento

Chiediamo scusa per la presenza di Formigli nel video.

Un fiume in piena del colore della terra

16 novembre 2013 Lascia un commento

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Le parole del subcomandante Marcos risuonano con la giusta rabbia che sale dalla terra ferita. In Campania come in Messico e ovunque, stop biocidio!

Dallo Zócalo di Città del Messico a Napoli, con qualche piccolo ritocco al testo originale.

Fratello, sorella:
Siamo qui per dire che qui stiamo.
Insieme a te diciamo “siamo qui” e siamo con te.
Siamo uno specchio.
Siamo qui per vederci e mostrarci, affinché tu ci guardi, affinché tu ti guardi, affinché l’altro si rispecchi nel nostro sguardo.
Siamo qui e siamo uno specchio.
Non la realtà, ma solo il suo riflesso.
Non la luce, ma solo un barlume.
Non il cammino, ma solo qualche passo.
Non la guida, ma solo una delle tante direzioni che portano al domani.

Fratello, sorella Città del Messico:
Quando diciamo “siamo”, diciamo anche “non siamo” e “non saremo”.
Per cui è bene che, quelli che là in alto sono il denaro o chi lo predica, prenda nota della parola, l’ascolti attento e guardi attento quello che non vuole vedere.

Non siamo quelli che aspirano al potere e da lì, imporre il passo e la parola. Non lo saremo.
Non siamo quelli che mettono un prezzo alla dignità propria o altrui e trasformano la lotta in mercato, dove la politica è covo di mercanti che non si disputano progetti ma clienti. Non lo saremo.
Non siamo quelli che aspettano il perdono e la elemosina di chi simula aiuto mentre in realtà compra e che non perdona ma umilia chi, per il solo fatto di esistere, rappresenta sfida e rivendicazione e domanda e esigenza. Non lo saremo.
Non siamo quelli che, ingenui, aspettano che dall’alto arrivi la giustizia che cresce solo dal basso, la libertà che si conquista solo con tutti, la democrazia che viene combattuta sempre e a tutti i livelli. Non lo saremo.
Non siamo la moda passeggera che, passata, si archivia nel calendario delle sconfitte che questo paese ostenta con nostalgia. Non lo saremo.
Non siamo lo scaltro calcolo che finge la parola ed in essa nasconde un nuovo inganno, non siamo la pace simulata che desidera guerra eterna, non siamo chi dice “tre” e poi “due” o “quattro” o “tutto” o “niente”. Non lo saremo.
Non siamo il pentito di domani. Chi diventa immagine ancora più grottesca del potere. Che simula “buon senso” e “prudenza” quando non è altro che compra-vendita. Non lo saremo.

Siamo e saremo uno in più nella Marcia.
Quella della Dignità.
Quella del Colore della Terra.
Non siamo i suoi portavoce.
Siamo una voce tra tutte quelle voci.
Un’eco che ripete dignità tra tutte le voci.
Ci uniamo a queste voci, ci moltiplichiamo con esse.
Continueremo ad essere eco, voce siamo e saremo.
Siamo riflesso e grido.
Sempre lo saremo.

Possiamo essere con o senza volto, armati o non, ma siamo ribelli, siamo e sempre lo saremo.
150 anni fa, i potenti domandavano a quello che stava in basso che chiamavano brigante:
“Con quale permesso signori?”
E quelli che stavano in basso rispondevano e rispondiamo:
“Con il nostro”.
E con il nostro permesso ci siamo fatti grido e ci chiamiamo “ribelli”.
Oggi lo ripetiamo: siamo ribelli.
Ribelli saremo.
Ma vogliamo esserlo con tutti.
Senza la guerra come casa e cammino.
Perché così parla il colore della terra: la lotta ha molte strade ed una sola destinazione: essere colore con tutti i colori che vestono la terra.

Fratello, sorella:
Dicono là in alto, che questo è la fine di un terremoto. Che tutto passa tranne che l’essere loro a stare sopra di noi.
Dicono là in alto, che sei qui per curiosità, per sentire senza neppure ascoltare. Dicono che siamo pochi, deboli. Che non siamo altro che una foto, un aneddoto, uno spettacolo, un prodotto deperibile con la data di scadenza prossima.
Dicono là in alto, che resteremo soli. Che soli e svuotati torneremo alla terra da dove siamo venuti.
Dicono là in alto, che l’oblio è sconfitta e si siedono ad aspettare che dimentichi e ti sconfigga.
Là in alto, sanno ma non vogliono dirlo: non ci sarà oblio e non sarà la sconfitta la corona per il colore della terra.
Ma non vogliono dirlo perché dirlo e riconoscerlo e riconoscerlo è vedere che tutto è cambiato non perché nulla cambi, ma perché tutto cambia cambiando.
Questo movimento è tuo e poiché è tuo è nostro.
Ora, ed è quello che loro temono, non esiste più il “voi” ed il “noi” perché tutti siamo già del colore della terra.
Di una sola cosa parla la nostra parola.
Una sola cosa guarda il nostro sguardo.
Un luogo degno per il colore della terra.
E’ ora che questo paese la smetta di essere una vergogna vestita solo del colore del denaro.
E’ l’ora dei popoli, del colore della terra, di tutti i colori di cui siamo nonostante il colore del denaro.

Siamo ribelli perché la terra è ribelle se c’è chi la vende e la compra come se la terra non fosse terra e come se non esistessimo noi che siamo del colore della terra.

Siamo qui. Siamo qui come ribelli del colore della terra che gridano:

Democrazia!
Libertà!
Giustizia!

We have a dream

26 ottobre 2013 Lascia un commento

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Nei prossimi giorni molte persone scenderanno in piazza per manifestare contro lo sfruttamento criminale del territorio campano e italiano in generale. In tanti scenderemo in piazza per dire basta alla distruzione sistematica dei beni comuni, della nostra bella e fertile terra, della salute pubblica, a vantaggio di una barbara accumulazione originaria di ricchezze e potere politico destinati a pochi miserabili membri di una elite del cazzo.

Ormai sono anni che raccogliamo dossier, testimonianze, che scriviamo e leggiamo libri, producendo statistiche su ogni tipo di tumore e di avvelenamento. Ormai sappiamo bene che non è un male minore di un sperduta provincia del mondo. Non è argomento di discussione in un talk show, e non è neanche una vergogna che fa indignare la “Napoli Bene”. Sappiamo che al contrario è un elemento necessario e utile dell’economia mondiale, in cui l’unica regola è il raggiungimento del massimo profitto. Che la merda industriale si sversi in Somalia o in Campania è solo il risultato di un calcolo costi-benifici. Un bilancio favorevole per i clan e per politicanti poltronisti. E’ un calcolo bestiale e insostenibile, fatto di devastazione e morte per i nostri territori, profitto e benessere altrove, lontano da qui.

Nei prossimi giorni ci saranno due manifestazioni (il 26 ottobre e il 16 novembre). E’ importante partecipare in tanti e con forza, dando però ad esse il giusto peso. In questi giorni molti stanno giocando sporco. Sentono che il vento sta cambiando e si preparano a dare del loro peggio, ad imbrigliare la rabbia popolare e sfruttarla per continuare a fare i loro sporchi affari, o per farsi pubblicità elettorale. Queste manifestazioni potranno andare bene o male — e noi speriamo che vadano benissimo — ma se pure andassero male bisogna andare avanti. Sono passaggi di un percorso che viene da lontano e che dovrà arrivare lontano. Viene dai movimenti che da anni, soli contro tutti, si sono opposti con forza alle discariche e agli inceneritori, a Chiaiano, a Terzigno, ad Acerra, nei comuni vesuviani e in tanti altri luoghi.

Noi abbiamo un sogno. Che possa nascere un movimento che sia per forza e per intelligenza paragonabile al movimento NO TAV. Bisogna prendere spunto, imparare dal loro esempio, riprodurre, riadattare, rigenerare. Ma per far questo bisogna essere pazienti, forti ed organizzati. Dobbiamo confrontarci con le nostre diversità interne, per produrre sintesi concrete che ci diano unità e ci difendano dai numerosi soggetti “istituzionali” desiderosi di mettere il cappello sulla giusta rabbia popolare. Stavolta siamo noi a decidere, che loro ci seguano. Loro hanno le scadenze elettorali, noi abbiamo la vita davanti a noi.