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Posts Tagged ‘lotta di classe’

No Border

6 marzo 2016 Lascia un commento

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No Border: pl. fem., l’unica cosa buona che ha prodotto l’Europa / the only good thing Europe has ever produced.

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Ciò che chiamiamo Utopia un giorno sarà Normalità

23 ottobre 2014 Lascia un commento

Kobane

Ci siamo abituati a tutto, e a tutto ci abitueremo. E’ solo questione di tempo e perseveranza. Eravamo cacciatori-raccoglitori e siamo diventati contadini, da contadini operai, e poi disoccupati e lavoratori precari.

Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Oggi nessuno più si stupisce della precarietà a vita. Il lavorio quotidiano di una lotta di classe al contrario ha creato nuove mostruose consuetudini. Telecamere di sorveglianza ovunque, tracciamento dei dati personali, controlli di polizia e perquisizioni corporali in ogni dove giustificate dalla minaccia del terrorismo. Tutte normali assurdità. Cose a cui ci si abitua.

E’ per questo che le battaglie puramente a difesa dei diritti acquisiti non hanno grandi prospettive di successo. Chi viene assediato prima o poi cede per mancanza di rifornimenti. Dobbiamo essere noi a decidere chi diventare. Decidere noi a cosa vogliamo abituarci, e un giorno considereremo normalità ciò che oggi chiamiamo utopia. Vedremo realizzati i nostri sogni invece dei nostri incubi peggiori.

Qual è la forza delle donne e degli uomini di Kobane? Presumibilmente, per quanto ne possa sapere io, la loro forza sta nell’aver deciso che vita vivere, chi diventare, nell’aver dato vita alla zona autonoma del Rojava e fatto di un’utopia una realtà.

***

Per approfondire:
– E’ nata la piattaforma di supporto Support Kobane (importanti informazioni le fornisce baruda).
– Preziose informazioni di base sul Rojava dai Wu Ming.
– Qui la pagina dell’iniziativa Napoli per Kobane.

Perché Tsipras

27 marzo 2014 Lascia un commento

Orribile la campagna elettorale della lista “L’altra Europa con Tsipras”. Orribile la mediocrità che ha portato a litigi e divisioni. Orribile la confusione ideologica che ha fatto prevalere una certa impostazione fintamente “apartitica”, con le liste della cosiddetta “società civile” formate da intellettuali più o meno ignoti. Ridicoli infine i manifesti, che inneggiano agli aperitivi e al prozac (c’è da domandarsi se hanno pagato dei pubblicitari per fare questi guai o è il frutto della creatività non-pagata dei militanti).

Per farsi due risate, ecco alcuni esempi di self-subvertising (ovvero come diventare la parodia di se stessi). Da sinistra a destra, tre correnti di pensiero in seno alla lista Tsipras: l’aperitivismo solidale, l’intolleranzismo individualista e lo smacchiamentismo giaguarista (clicca per ingrandire).

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Tutto ciò è sintomo della grave difficoltà mentale, prima che organizzativa, della sinistra italiana. Mancano punti di riferimento ideologici. Ci si lascia affascinare dal linguaggio dell’antipolitica. Non avendo messaggi forti e credibili, si rimedia con le tecniche di comunicazione della pubblicità commerciale. Il risultato è penoso e non lascia prevedere niente di buono in termini elettorali.

Pare che l’obiettivo della Lista Tsipras in Italia sia rubacchiare qualche voto al PD (difficile) e al M5S (difficilissimo), e per far questo scimmiottano i temi propri del M5S, oppure sperano che una bandiera rossa (ormai epurata dalla falce e dal martello) sia sufficiente per recuperare i voti di pochi nostalgici che in gioventù si sono avvicinati (ma mai troppo) alla politica.

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Operai durante lo sciopero del 1943. All’epoca l’aperitivo non era ancora di moda.

La sfida vera e potenzialmente vincente sarebbe invece avere il voto di chi pratica l’astensione perché non vede rappresentanti credibili a sinistra. Sono elettori difficili, che richiedono un certo sforzo per essere convinti. La lista Tsipras sta facendo ben poco in questa direzione. Semmai ci sta assicurando che quei voti non li avrà mai.

L’astensionismo ha le sue buone ragioni. Le elezioni politiche sono la bella favoletta che ci viene raccontata per farci fare sonni tranquilli. Servono al potere per essere accettato da chi il potere lo subisce. Astenersi vuol dire rifiutare di partecipare a una sceneggiata. (Ecco Renzi e Grillo salire sul palco per rubare la scena al vecchio mattatore, l’eterno Berlusconi.) La partita vera si gioca fuori dal teatro, ed è più complessa di una partita a scacchi.

Non c’è dubbio che PD, M5S e PDL (o come diavolo si chiama adesso) si spartiranno il podio, in un qualche ordine determinato dalle fluttuazioni statistiche. Un tri-polo che altro non è che un bi-polo, e che a ben vedere è un mono-polo. A parte la propaganda elettorale, PD e PDL (con i loro gruppi di riferimento in Europa, i Socialdemocratici-Progressisti e i Cristianodemocratici-Conservatori) continueranno le usuali politiche di austerità, di blocco delle frontiere e zerbinismo nei confronti della NATO e degli USA. Dall’altro lato il M5S (e gli altri gruppi xenofobi con cui si andrà a confrontare) proporranno soluzioni di facciata di stampo nazional-socialista, in sostanziale continuità con le politiche liberiste, accompagnate da misure di ulteriore repressione degli immigrati. In questo scenario, avere un gruppo (per forza di cosa piccolo) di parlamentari che possa portare una visione diversa dell’Europa, né liberista né nazional-socialista, non può che far bene. Per questo c’è da impegnarsi per far superare alla lista Tsipras la soglia di sbarramento del 4%. E prima ancora c’è da impegnarsi per la raccolta firme.

Una cosa si deve tenere bene a mente: non bisogna credere nelle elezioni, mai. Il loro valore è marginale e simbolico. Come dicevamo sopra, la partita quella vera si gioca fuori dai parlamenti: nei luoghi di lavoro, sui territori. Non bisogna sovraccaricare le elezioni di una flebile speranza che facilmente si tradurrà in una disastrosa disillusione. A differenza di Renzi, Grillo e Berlusconi, Tsipras non è l’uomo della provvidenza che risolverà tutti i nostri problemi. E’ piuttosto un simbolo attorno al quale raccogliere un po’ di consensi per combattere un Europa liberista, imperialista e xenofoba. Tsipras non è un rivoluzionario. Le rivoluzioni non si fanno con le libere elezioni. Per adesso però può essere buono averlo nel parlamento europeo.

Il vero valore aggiunto di Tsipras è che è greco, e ha provato sulla pelle dei suoi familiari, amici e conoscenti la devastazione portata dalla troika. Già solo per questo merita un appoggio. Nonostante la sinistra italiana sia monnezza.

The American Dream

16 marzo 2014 Lascia un commento

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Il “sogno americano” è ciò che permetterà agli Stati Uniti di non essere sorpassati dalla Cina nella macabra classifica delle potenze mondiali. Il “sogno americano”, per dirla alla Toni Negri; è l’Impero che risucchia ricchezza, capitali finanziari, mano d’opera a bassissimo costo, sogni, idee ed energie umane, per accrescere il suo potere.

Il “sogno americano” è un luogo comune di grandissimo successo. Va forte perché significa tutto e il contrario di tutto. E’ uno slogan popolare perché ognuno può plasmarlo sulle proprie esigenze. Piace a chi aspira ad avere il SUV e la casa con piscina. Piace a chi è a caccia di lucrose opportunità di investimento. A chi cerca manodopera a basso costo, lavoratori flessibili e non sindacalizzati. Piace a chi vuole fuggire dalla violenza e dalla miseria. Piace a chi sogna di viaggiare in moto, capelli al vento, coast-to-coast. Piace a chi vorrebbe esprimere liberamente la propria sessualità o religione. Piace a chi si aspetta un riconoscimento adeguato per il proprio studio. Il sogno americano piace a chi è già ricco perché permette di diventare ancora più ricco, e a chi è povero perché promette di non esserlo più. Piace ai poveri del mondo perché non conoscono alternative.

Nel mondo, miliardi di persone vedono lo stile di vita occidentale attraverso la lente distorta di televisione, pubblicità e film americani. Ma non vi hanno accesso. Immagini che funzionano benissimo, nonostante le enormi masse di migranti che muoiono cercando di arrivare in Europa e negli Stati Uniti. Nonostante le condizioni di lavoro in Occidente siano sempre peggiori e le divisioni tra ricchi e poveri sempre più accentuate. Nonostante le leggi repressive verso gli immigrati irregolari. Nel racconto del “sogno americano” c’è un occidente omogeneo, mediamente ricco in cui il lavoro duro ed onesto viene sempre ricompensato.

Nei secoli scorsi i poveri d’Europa hanno desiderato migliorare le proprie condizioni, non meno di quanto lo desiderino i poveri di oggi. In passato questo desiderio si manifestava nelle lotte dei lavoratori per cambiare il modo in cui la società è organizzata. Per distruggere la causa della povertà. Per abbattere il capitalismo e sostituirlo con un’altra forma di organizzazione sociale, che garantisse a tutti la libertà di soddisfare i propri bisogni. In passato si aveva ben chiara l’idea che chi ha troppo, inevitabilmente leva qualcosa a qualcun altro.

Lo spirito del nostro tempo è diverso. L’idea di abbattere un sistema di sfruttamento non è più così popolare. Piuttosto, ognuno cerca di accaparrarsi un posticino al banchetto degli sfruttatori. Al di fuori dell’Europa e del Nord-America ci sono enormi masse di lavoratori poverissimi la cui unica prospettiva è riuscire a diventare un ingranaggio del sistema di sfruttamento mondiale. Vendersi sul mercato globale per mettere a tavola una ciotola di riso. Gli arricchiti del post-comunismo (o aspiranti tali), sono già lì, pronti ad “aiutarli”. Una nuova borghesia che vede davanti a sé un enorme potenziale di accumulazione.

Le potenze emergenti hanno forme primitive di capitalismo: tutte le lacrime e il sangue, senza le conquiste operaie del XX secolo, senza diritti, senza accesso ai consumi, senza libertà civili. D’altra parte, l’occidente offre un capitalismo avanzato; il miraggio del consumismo, la libertà di essere un lavoratore salariato e di fare shopping il sabato pomeriggio, e così, realizzarsi. Venuto meno l’ideale del socialismo, ciò che resta è il confronto tra forme di capitalismo. Ed è chiaro che la propaganda occidentale sia molto più convincente. Questa è una situazione strategicamente perfetta. Gli Stati Uniti e la NATO usano la volontà popolare per espandersi economicamente e militarmente. Nessuno resiste. Il crollo dell’Unione Sovietica ha sancito la vittoria del pensiero unico capitalista. Il sogno americano è rimasto l’unico modello. Non ci sono utopie socialiste.

Dietro le crisi diplomatiche, si giocano le lotte economiche tra diverse fazioni del capitalismo internazionale, sempre più interconnesse in un intreccio di affari, debiti e bustarelle. I lavoratori sono carne da macello e pedine della propaganda. La loro vita vale meno di uno scoop al telegiornale della sera. Mentre ci si preoccupa per le tensioni tra Russia e Stati Uniti, con l’Europa che difficilmente si distrae dal suo sporco lavoro di ragioneria, si delineano scenari che, più che la guerra fredda, ricordano la prima guerra mondiale. Fino a quando un’utopia rivoluzionaria tornerà a riempire i cuori e le speranze dei poveri della terra. Poveri che mai sono stati tanto numerosi e tanto miserabili.

Ucraine propaganda

10 marzo 2014 Lascia un commento

Politica viene da polis, cioè città. Avere a che fare con gli altri esseri umani, gestire i conflitti, le attitudini e gli interessi comuni o divergenti, questo è lo scopo della politica. La politica è ovunque, perché è l’essenza stessa del vivere insieme. Lo è stato in passato. Lo è ancor di più oggi che la comunità umana si sviluppa su scala mondiale. Purtroppo, per come stiamo messi, buona parte dell’attività politica è finalizzata al mantenimento della posizione di potere che una élite (che per far prima chiameremo classe dominante) ha sul resto (classe subalterna). Oppure a gestire gli scontri tra diverse fazioni della classe dominante.

La politica, intesa in questo modo, è una cosa sporca. E la geopolitica se possibile lo è ancor di più. Verrebbe voglia di ignorarle e cercare di campare tranquilli e rilassati. Purtroppo (o per fortuna!) non ci si può nascondere dalla realtà. Meglio procurarsi adesso gli strumenti intellettuali per decifrare ciò che accade, piuttosto che scoprire tra qualche anno di aver fatto la parte dei fessi.

La sete di libertà e di giustizia sono sentimenti nobili che ci appassionano, ci fanno sognare, ci mobilitano, ci fanno mettere in discussione. Chi ha un cuore sincero, tende a pensare che tutti condividano i suoi buoni sentimenti. Purtroppo non è così. Succede invece che far leva sui buoni sentimenti sia una dei metodi preferiti che la classe dominante usa per gestire e perpetuare il proprio potere. In altri termini, far leva sulla sfera emozionale è il metodo più efficacemente utilizzato dai mass media per “convincere l’opinione pubblica”.

NEWS_190747E’ il caso dei recenti avvenimenti in Ucraina. Giornali, televisioni e blogger hanno appassionato l’opinione pubblica con l’epica dei nostri fratelli ucraini che combattono pacificamente per partecipare al sogno dell’unione europea. Ci hanno indignato con la narrazione di un leader sanguinario che spara sulla propria gente. Poi si scopre che i manifestanti pacifici erano fascisti armati di fucili. E che a sparare sulla folla inerme non era il governo, ma i suddetti manifestanti pacifici (allo scopo di creare indignazione nel pubblico da casa).

Tutto ciò ci spinge a rivalutare la situazione a sangue freddo. L’Ucraina è una terra di confine tra il capitalismo avanzato dell’Europa occidentale (degli USA e della NATO), e il capitalismo giovane e rampante della moderna Russia. Non c’è più traccia di scontri ideologici, semmai ce ne fossero stati in passato. Qui la questione è semplice, c’è da capire chi e come avrà potere su quella regione di confine. Potere significa accesso alle risorse naturali e a un vasto bacino di manodopera a basso costo. Significa avere dei consumatori a cui vendere merci, e anche semplicemente poter piazzare dei carri armati un po’ più in là sulla mappa del risiko.

Questo è lo scopo del gioco. L’unica regola è vincere. Il montepremi è grande, tutti sono chiamati a fare la loro parte. La partita si gioca sul campo ma si gioca anche in casa. Perché in una società avanzata come la nostra è importante creare un certo consenso popolare. E questo è il compito della propaganda.

Notizie su Euridice (di Erri De Luca)

8 novembre 2013 Lascia un commento

Ripubblichiamo il brano di Erri De Luca che ci è piaciuto assai.

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.

C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice. Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali.

Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo è stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste. Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio. Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta.

Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era. Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

Immigrati di merda

11 ottobre 2013 Lascia un commento

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I disperati, gli immigrati di merda. Rinchiusi in un pozzo senza fondo, brutti e sporchi ladri e assassini. Io sono con loro, io sono uno di loro. Se esiste l’umanità, essa è lì, giù in quella fossa dove si ammassano i corpi. Dove non vuoi guardare, dove ogni tanto dai un’occhiata morbosa.

Poi scoppia la bomba, 300 corpi marroni gettati in mare. L’occhio morboso diventa titolo di giornale, lutto nazionale. Arrivano le cittadinanze postume mai richieste, i dibattiti parlamentari. Gli indifferenti sono costretti a guardare, i colpevoli cercano di ritrattare.

Gli uomini di potere fanno surf sui cadaveri. Lo fanno davvero. Ma il vento sta cambiando, non smette mai di cambiare. Il cambiamento non avviene grazie al potere. Il cambiamento avviene nonostante il potere. Oggi siamo tutti disperati, negri di merda a marcire in un CIE, brutti e sporchi ladri e assassini. Ma non è la rivoluzione, non oggi.

E’ un percorso. Sono le condizioni materiali, la media di tanti piccoli fattori. Non siamo noi a decidere. La mia opinione, la tua opinione, non contano. E’ finita l’era della paura. Il nemico del povero non sarà il più povero ancora. Oggi cambia poco o niente, ma è un segnale, e non è un segnale di stop. Non ci dice questi sono i buoni e questi sono i cattivi.

Il segnale dice prosegui, sii forte e paziente, perseverante. Non ti fidare, non ti affidare mai al potere. Questo è bene che tu lo sappia. Cambiano forma, cambiano faccia, ma il grande potere e il piccolo potere sono sempre lì sopra, fuori dal pozzo. I tuoi unici compagni sono qui insieme agli altri, sono i disperati, sono immigrati merdosi, brutti e sporchi ladri e assassini.