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Archive for ottobre 2011

Stato Sociale e Reddito di Base

25 ottobre 2011 1 commento

Molte delle lotte sociali di questi anni nascono come risposta all’attacco della dottrina neoliberista allo Stato Sociale. Diritti acquisiti per la generazione precedente alla nostra, come il posto di lavoro (regolato dallo statuto dei lavoratori), scuola e dell’università pubblica, servizio sanitario nazionale e sistema previdenziale oggi sono messi in discussione in quanto “troppo costosi”.

Molti movimenti agiscono in difesa di questo tipo di Stato Sociale. Altri movimenti agiscono attaccando leggi neoliberiste che istituiscono contratti di lavoro, previdenza e sanità al limite e fuori dallo Stato Sociale. L’esempio tipico è il fiorire dei movimenti dei lavoratori precari. In queste lotte sta emergendo l’idea di una sua rifondazione su nuove basi dello Stato Sociale, che a volte si concretizza nella richiesta di un reddito di base.

Crediamo che per sviluppare il dibattito su queste tematiche sia importante capire quali condizioni storiche hanno permesso la nascita dello Stato Sociale.

Che fine ha fatto lo Stato Sociale?

Eric Hobsbawm, nel suo bel libro come cambiare il mondo individua tre pilastri su cui era fondato lo Stato Sociale:

  1. “[La] dimensioni e dalla crescita della classe operaia, della coscienza che accomunava in un’unica classe una massa eterogenea composta da chi lavorava e da chi era più o meno povero, e dalla disponibilità dei governi borghesi democratici a fare concessioni a tali importanti blocchi elettorali, a patto che non si comportassero in modo troppo estremista”
  2. “La paura del comunismo e dell’Urss. L’avanzata di entrambi durante la seconda guerra mondiale parve richiedere sia ai governi sia ai datori di lavoro, almeno in Europa, una contro politica di piena occupazione e di sistematica sicurezza sociale”
  3. Il  fatto che “dopo il 1945, non solo la politica, ma anche l’economia dimostrò di aver bisogno di riformismo e soprattutto di piena occupazione, come già Keynes e gli economisti svedesi della socialdemocrazia avevano previsto. […] Ciò portò ai paesi occidentali sia la stabilità politica sia un successo economico senza precedenti”.

Oggi, questi 3 pilastri sono caduti. Non è quindi un caso che lo Stato Sociale venga inesorabilmente attaccato e smantellato. Quest’operazione avviene in nome dei (falsi) dogmi del libero mercato: efficienza e pareggio di bilancio. Vaste campagne mediatiche contro i fannulloni della pubblica amministrazione, i professori politicizzati, i baroni universitari, gli studenti sovversivi e i ricercatori poco-competitivi, supportano le privatizzazione di servizi pubblici. Lo scopo di questi veri e propri spot è creare consenso popolare senza che le masse abbiano piena coscienza di ciò che accade. Così, con il lento logorio dell’incuria generata da governi distratti e della corruzione di parlamenti di designati, scuola, sanità, università, e pensioni da diritti garantiti diventano business.

E’ possibile ricostruire qualcosa che sia simile al primo pilastro? E’ senz’altro auspicabile, e dovrebbe essere il primo punto all’ordine del giorno. Ma chi è che oggi può essere la compagine sociale che può prendere il posto di motore che in passato è stato della classe operaia? Sicuramente questo soggetto deve includere precari,  migranti e disoccupati. Un compito necessario quanto difficile, poiché la nuova organizzazione del lavoro su scala mondiale, insieme al consumismo ed all’individualismo hanno logorato la coscienza di classe ed hanno reso i soggetti sociali frammentati e dispersi.

Non esiste più una superpotenza comunista. Il secondo pilastro è difficilmente ripristinabile, ma ci fa capire una cosa fondamentale: che una prospettiva rivoluzionaria è necessaria per avere la forza contrattuale per pretendere lo Stato Sociale e la ridistribuzione della ricchezza. In altri termini, costruire una prospettiva rivoluzionaria è un esigenza vitale, non solo per chi vuole abbattere lo stato di cose vigente, ma anche per chi vuole limitarsi a renderlo più tollerabile.

Il terzo pilastro è stato abbattuto dal pensiero unico del libero mercato, della guerra di tutti contro tutti. La fondazione dell’unione europea su questi dogmi ha fatto tabula rasa alla base di questo pilastro. La novità degli ultimi anni è che finalmente qualcosa sembra incrinarsi e il dogma non è più considerato inviolabile.

Reddito di Base: rivoluzione, palliativo, o fregatura?

Una delle proposte che hanno ricevuto maggiore attenzione, per un nuovo modello di Stato Sociale, è quella di un reddito di base, universale. (http://www.basicincome.org/bien/ e http://www.bin-italia.org/)

Questa proposta sembra rivoluzionaria. Rappresenta sicuramente una rottura con il passato, ma non è rivoluzionaria di per sé, poiché rientra in un’ottica di ridistribuzione della ricchezza. Come lo Stato Sociale che abbiamo conosciuto, anche il reddito di base rappresenta una forma di assistenza sociale, che di per sé non mette in discussione il sistema di produzione capitalistico, ma lo rende più tollerabile, rende la vita dei lavoratori un’esperienza più dignitosa e meritevole di essere vissuta. Lo Stato Sociale, smorzando le tensioni sociali, ha in effetti rappresentato la chiave per lo sviluppo capitalistico della seconda metà del XX secolo (questa questione fondamentale per adesso la sorvoliamo, proponendoci di approfondirla in futuro).

Su quali fondamenti si può basare un nuovo stato sociale che includa come elemento nuovo il reddito di base? Quali problemi può risolvere, e quali contraddizioni può introdurre? Proviamo ad individuarne alcuni.

  • Da tempo viviamo la trasformazione della produzione (quindi del lavoro) verso l’immateriale. Negri e Hardt lo spiegano molto bene in Impero. Il valore dell’oggetto oggi è fatto in grandissima parte dai suoi contenuti intellettuali e comunicativi. La produzione si attua in minima parte in fabbrica, ma il grosso non si svolge più durante l’orario di lavoro nelle fabbriche, ma durante tutta la giornata, nei luoghi che attraversiamo, tramite gli incontri e le esperienze che facciamo. Tramite la pubblicità che è ormai pervasiva, tramite il passaparola, la moda, i bisogni indotti che si diffondono in maniera virale. ‘Sta cosa genera due problemi:
  1. Il lavoro materiale di produzione reale ormai genera una parte di valore minima di un oggetto. Per aumentare questa parte da anni ci bombardano con la famigerata competitività. La negazione dei diritti acquisiti equivale di fatto alla riduzione del salario — sebbene alcuni sostengano l’insostenibile: ovvero che al taglio dei diritti possa corrispondere l’aumento del salario —, e si traduce in plusvalenze per gli azionisti e bonus per gli amministratori delegati.
  2. Il valore della parte immateriale di lavoro è molto difficile da quantificare. Ad esempio, un professore andando al cinema ha un’intuizione su come spiegare un argomento ai suoi studenti. Anche questa è produzione di valore, ma come la quantifichi? Il reddito di base è un modo che ha lo Stato per riconoscere questo modello di produzione di valore e retribuirlo forfettariamente.
  • Art. 3 della costituzione: “[…] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Purtroppo questa seconda parte dell’Art. 3 viene spesso dimenticata, e quasi sempre, nei fatti, tradita. Il reddito di base è una misura che potrebbe rimuovere parte di quegli ostacoli.
  • Adesso un punto molto delicato. Il reddito di base favorisce i consumi interni favorendo la crescita. Molto vero e molto giusto, però attenzione. Il reddito di base è in diretta concorrenza con lo Stato Sociale: entrambi sono spese assistenziali dello Stato e la coperta è corta. Levare a uno per mettere ad un altro probabilmente è sconveniente. In più il reddito di base potrebbe favorire le privatizzazione dei servizi (sempre in accordo con la teoria dei consumi interni) smantellando lo Stato Sociale, e in palese contraddizione con il programma del libero accesso ai beni comuni. Questo è tristemente comprovato dal fatto che Milton Friedman (economista dei Chicago boys) si è espresso a favore del reddito di base, in nome della libertà di scegliere scuole, medici o fondi pensione (privati) senza che venissero imposte dallo Stato. Essere in accordo con Milton Friedman su una questione così delicata dovrebbe quantomeno far sorgere un ragionevole dubbio. L’idea è che lo Stato ti dà un contributo per lo sviluppo della tua persona, ma non ti assiste più. Inoltre, in questo modo, i padroni avranno la possibilità di abbassare i salari a parità di lavoro, scaricando sulla comunità il costo del capitale variabile,  e attuando ancora una volta il programma di “socializzare i costi e privatizzare i profitti”. Bella chiavica.

L’idea del reddito di base suscita grande interesse. Il suo carattere universale sembra racchiudere una grande potenzialità, ma i rischi per lo Stato Sociale non devono essere banalizzati o sottovalutati. Come ipotizzato implicitamente da Friedman il reddito di base potrebbe essere ciò che il capitalismo e il neoliberismo cercano per superare l’attuale crisi continuare a sfruttare risorse naturali e persone per dare profitto a pochi.

Ancora sul 15 – Black Bloc – Noi e loro

25 ottobre 2011 Lascia un commento

 

Assumersi le proprie responsabilità

22 ottobre 2011 Lascia un commento

“L’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatotori, dei ritardi è da considerarsi chiusa. Ora ha inizio l’era delle azioni che producono conseguenze.”

Winston Churchill, 26 novembre 1936

Strade

18 ottobre 2011 Lascia un commento

“Viandante, non ci sono strade. Le strade si fanno camminando.”

Antonio Machado

Un brutto racconto del 15

17 ottobre 2011 2 commenti

“In ogni uomo buono c’è un lato cattivo ed in ogni uomo cattivo c’è un lato buono.”

Chi parla di movimento (in realtà è un’insieme di movimenti), di infiltrati e di infiltrazioni di violenti, di “noi e loro”, di leggi speciali, campi di addestramento e servizio d’ordine, legge volutamente (o per ignoranza) questi eventi come se si parlasse degli anni ’70.

Queste persone sbagliano. Il mondo, le persone e la società sono molto diversi da quelli degli anni ’70. lo sono anche la politica, i media ed i movimenti.

Il parallelo da fare è con la bocciatura del rendiconto del bilancio da parte della Camera. Cioè un ramo del parlamento non ha confermato il rendiconto su come lo Stato ha speso i nostri soldi. Una cosa di una gravità sconvolgente, altro che una camionetta e qualche auto bruciate… Questa cosa è stata etichettata come “l’incidente parlamentare”.

Tutto apposto, uno dei fondamenti economici dello Stato vacilla, ma il Governo si auto assolve.
Parallelamente, una microscopica frangia di manifestanti crea disordini e subito viene montato un movimento d’opinione per oscurare i temi proposti dalle centinaia di migliaia di persone in piazza.
Non è stata “guerriglia urbana”, è stato un incidente con cui i movimenti dovranno fare i conti.
Non bisogna permettere ai professionisti della propaganda e della disinformazione di svuotare di significati e contenuti i messaggi dei numerosi movimenti intervenuti.

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Idee

13 ottobre 2011 Lascia un commento

“Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre idee semplici.”

Lev Tolstoj

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Verso il 15 ottobre

12 ottobre 2011 Lascia un commento


Napoli – La protesta “Occupiamo Bankitalia” occupa la Bnl. Video YouReporter.it