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Archive for gennaio 2013

Forza e Giustizia

31 gennaio 2013 Lascia un commento

“Poiché non fu possibile far sì che ciò che è giusto fosse forte, si stabilì che ciò che è forte fosse giusto”.

Blaise Pascal

pestare la merda porta bene

24 gennaio 2013 Lascia un commento

Rilanciamo il comunicato rete napoletana contro il razzismo, il neofascismo e il sessismo:

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424004_4852958215412_429008795_n“Non corriamo dietro la “verità” delle inchieste giudiziarie, ci basta quella dei fatti. A Napoli migliaia di persone sanno che Casapound è un’organizzazione nazifascista, come gli oltre 5000 che manifestarono contro la sua apertura già nel 2009!”

Una lunga sequenza di aggressioni fasciste, agguati come quello che portò all’accoltellamento degli studenti universitari fuori la facoltà di Lettere, attentati incendiari come quelli al laboratorio Insurgencia, l’incitazione all’odio razziale o i discorsi sullo stupro di una ragazza perchè “ebrea”…
Conosciamo molti degli avvenimenti citati nelle cronache di oggi, abbiamo fatto a lungo informazione pubblica, mobilitazione e sensibilizzazione politica su questo. Non abbiamo elementi per valutare le accuse sul piano giudiziario e neanche ci interessa. E per coerenza non prendiamo certo per oro colato i teoremi che si rifanno a quell’armamentario dei reati “associativi” partorito dalle leggi emergenziali che tante volte vengono usati invece contro i movimenti sociali come quelli per la difesa ambientale o contro la precarietà e l’austerity, insieme alle centinaia di denunce e processi cui assistiamo in questo paese contro studenti, disoccupati, lavoratori, militanti, ambientalisti, antirazzisti, antifascisti. Gli stessi magistrati che oggi tengono quest’operazione hanno già tempestato di denunce e processi i movimenti sociali napoletani. Magari per rifugiarsi nella comoda lettura degli “opposti estremismi”, come se fossero la stessa cosa una lotta anche dura alla precarietà, al neofascismo o al razzismo e dall’altra parte il pestaggio di un migrante o un pogrom contro i rom (come è successo recentemente a Giugliano)…

Colpisce invece l’ipocrisia diffusa sui media e nella politica. Qualcuno aveva forse bisogno di questa inchiesta per prendere atto della natura squadrista delle formazioni neofasciste come Casapound e della lunghissima sequenza di atti che ne sono conseguiti a Napoli come in tutta Italia, qualcuno aveva davvero dubbi sulla “pedagogia” razzista e xenofoba che queste formazioni portano avanti (ben incoraggiate in un paese dove è stata al governo persino la Lega Nord…), sulla loro cultura sessista, sul loro ispirarsi apertamente al nazifascismo (il leader nazionale Iannone in pubblica intervista defini Hitler “un rivoluzionario”)…?
Qualcuno pensava forse che Gianluca Casseri, “scrittore d’area” cancellato in fretta e furia dal sito di Casapound dopo che aveva assassinato a freddo dei lavoratori immigrati, fosse un “pazzo isolato” e non già un neofascista cresciuto in questo ambiente?
Di certo noi lo sapevamo già! E lo sapevamo in tantissimi, a partire dalle oltre 5000 persone, studenti, donne, migranti, che contestarono duramente in piazza l’apertura di un centro di Casapound nel quartiere Materdei già nel 2009 e che hanno continuato a farlo fino a impedirlo.
Basta osservare i fatti, gli infiniti episodi di razzismo e di squadrismo che quotidianamente si riproducono in Italia da parte di questi gruppi, basta avere memoria delle trame nere che con la regia dei servizi segreti hanno insanguinato il paese in una storia non certo lontana.
E chissà cosa hanno da dire su questi temi quei personaggi di potere che allevano e proteggono queste formazioni e la loro ideologia, che li sostengono economicamente e politicamente. Per stare in Campania il parlamentare del PDL ed ex missino Laboccetta, l’ex presidente del consiglio provinciale Rispoli e tanti altri.

Abbiamo sempre respinto al mittente, e continueremo a farlo, la costruzione secondo la quale Casa Pound sia un’organizzazione formata da “bravi ragazzi” impegnati nel sociale, così come quella che legge le loro pratiche paragonandole ai movimenti realmente antagonisti, come uno scontro tra “opposti estremismi”. Li abbiamo sempre considerati pedine di un potere più grande e nemico di donne, immigrati, studenti, lavoratori e disoccupati sui cui vengono puntualmente scaricati i costi della crisi e che ogni giorno si mobilitano per cambiare le condizioni di tutti quelli che come loro sono sfruttati e oppressi.

Restiamo convinti che contro il diffondersi di pratiche squadriste e neofasciste, contro le pulsioni xenofobe e sessiste, rimane fondamentale il piano della mobilitazione sociale diretta, del presidio territoriale, l’informazione politica e l’autorganizzazione dal basso prodotte dalle lotte sociali e dai movimenti. Ed è su questi punti che la rete e tutte le realtà che si oppongono al neofascismo, all’autoritarismo, al sessismo e al razzismo devono sentirsi costantemente impegnati e responsabilizzati.

Tagliate Santa Romana Chiesa

24 gennaio 2013 Lascia un commento

40dfdd75a4d18ed48a3d8fcbec281c91Sto diventando un fan dei tagli alla spesa pubblica. Ovviamente disprezzo profondamente la visione di destra che vuole smantellare lo stato sociale, ma trovo un po’ naif anche la visione della sinistra sugli F35, che sebbene costino tanto sono una spesa una tantum, e puramente propagandistico il taglio degli stipendi dei parlamentari chiesti dal M5S (invece va tagliato tutto il resto).

Grazie al bel libro Privilegium, di Micele Ainis ho appreso che gli stipendi dei docenti di religione ammontano ad un miliardo di euro l’anno (tutti gli anni). L’assistenza spirituale delle Forze armate avviene tramite 184 cappellani militari equiparati per legge a generali di corpo d’armata con uno stipendio di 190.000 euro l’anno (tutti gli anni). Naturalmente, questi cappellani, una volta pensionati ottengono magnifici vitalizi. Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI è uno di loro. In più la Chiesa si mangia un altro miliardo e cento milioni di euro (tutti gli anni) dalla truffa dell’8xMille ed un altro miliardo e mezzo (tutti gli anni)dai finanziamenti alle scuole private cattoliche. Non parliamo poi dell’esenzione dall’ICI-IMU e degli sgravi fiscali assortiti.
Sottolineando che comprare armi non è certo una priorità, lo Stato, azzerando i fondi per far mangiare Santa Romana Chiesa potrebbe pagare i famosi F35 in poco più di tre anni.

A parte gli scherzi, provate a pensare a quante tasse in meno potremmo pagare se non dovessimo mantenere il clero. Mi sento già nella Parigi del 1789.

Riflessioni su decrescita e rivoluzioni

23 gennaio 2013 Lascia un commento

481887_412793195458820_1227334691_nCrescere, crescere, crescere! Questo il dogma del Mercato. Ce lo ripetono tutti in coro, tutti i giorni, da anni. Ce l’hanno infilato così bene nel cervello che il discorso sul PIL di Bob Kennedy, risalente al 1968, ci sembra ancora oggi rivoluzionario. Più di recente alcuni sostengono che non si può più crescere, che si sono raggiunti e superati i limiti fisici del pianeta terra e che è arrivato il tempo di decrescere. Ma cos’è la decrescita? E’ di destra o di sinistra? Come sostiene Latouche, che il termine l’ha inventato, decrescita è un brand. Uno slogan di discreto successo che di per sé vuol dire quasi nulla e può essere adatto alle più svariate occasioni.

In origine decrescere significa uscire dalla società consumista. Spezzare le catene dei bisogni indotti dalla pubblicità ed orientare gli stili di vita verso un equilibrio tra umanità e natura. Eppure ci sono svariati modi uscire dal consumismo, modi di destra e modi di sinistra. In una pessima interpretazione destrorsa decrescita vorrebbe dire che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. Che la spesa per i servizi pubblici, scuola, sanità, trasporti, deve essere tagliata, perché “non ce lo possiamo permettere”. Decrescita diventa, per l’appunto, il brand sotto cui si vuole smantellare il welfare, per ridurre l’interferenza dello Stato nella vita dei cittadini e lasciare tutto nella mano invisibile del Mercato. Poco importa che solo chi se lo può permettere di tasca propria abbia accesso all’istruzione e alle cure mediche.

Nel secondo dopoguerra, in Europa si è istituita una economia sociale di mercato. L’idea era (e tutto sommato è): consumare di più, per produrre di più, per creare più lavoro, per guadagnare il salario per consumare nuovamente. Lavora, produci, consuma, crepa. Banalmente: far crescere il PIL. In ognuno di questi passaggi lo Stato incassa varie tasse con cui paga il welfare. Crescere, in quest’ottica, voleva anche dire aumentare il numero di persone incluse in questo sistema, ridistribuire la ricchezza. Peccato che in pochi abbiano voluto vedere l’inquinamento, il depauperamento delle risorse non rinnovabili, l’abbassamento della qualità della vita, oltre alle cicliche crisi endemiche al sistema capitalistico.

Questo è stato il contesto nel quale le dure lotte e i sacrifici dei lavoratori hanno permesso il relativo benessere (di parte) della classe lavoratrice, specialmente nel Nord del mondo, la scuola e la sanità pubblica, che il figlio dell’operaio diventasse dottore. I padroni dei mezzi di produzione hanno tenuto per sé ed accumulato i frutti della maggior parte del lavoro degli operai. I lavoratori hanno accettato la schiavitù del lavoro salariato, nella moderna forma che chiamiamo Capitalismo, in cambio di godere della loro piccola parte. Il centro-sinistra, a partire dal Partito Comunista, è stato l’espressione politica di questo compromesso. Si è rinunciato alla rivoluzione proletaria e si è accettato il Capitalismo. La resa non è stata incondizionata. In cambio si sono avuti i diritti, che abbiamo dato per scontati e che adesso uno alla volta ci vengono tolti. Il problema dei diritti è che o sono per tutti oppure non funzionano, si trasformano velocemente in privilegi.

Oggi la resa è incondizionata, chi vive del proprio lavoro sta perdendo su tutti i fronti. Gli altri vivono di rendita, ovvero del lavoro altrui, e sono pochi e saranno sempre di meno, sempre più in alto. Eppure tutta la società si regge sulla schiena di chi lavora, di chi è costretto a lavorare per vivere. I contratti che sanciscono la proprietà di questo o quel pezzo di terra, dei macchinari di una fabbrica come di un software o di un gene modificato, non sono altro che pezzi di carta. Pezzi di carta che vengono rispettati solo per paura, perché chi non lo fa finisce dietro le sbarre o peggio.

Chi si suda il pane sa bene che le cose stanno così. Più la situazione peggiora e più sopportare sarà impossibile. A un certo punto la rabbia dovrà esplodere in qualche forma. Oppure ci sarà un nuovo compromesso. Chi può dirlo? Per un po’ si potrebbe trovare un punto di equilibrio, più o meno favorevole del precedente. Per fare un compromesso tra le classi sociali, tra chi lavora e chi possiede, c’è bisogno di un intermediario, di una forza politica che sappia interpretare la rabbia e canalizzarla in un modo o in un altro. Questo oggi manca. Il disgraziato erede del Partito Comunista, il PD, non ha più la faccia per farlo. Altri si sono presentati, Berlusconi, la Lega Nord, e hanno raccolto consensi sulle macerie del muro di Berlino, promettendo altre rivoluzioni, la “rivoluzione liberale”, la “secessione”. Ecco che creatosi un vuoto c’è chi si fa avanti per riempirlo. Sappiamo com’è andata a finire, avevano niente di rivoluzionario e tanto di reazionario, corruzione, razzismo e paura. Eppure un compromesso c’è stato, per quasi 20 anni c’è stato un equilibrio, un odioso equilibrio, che ha tenuto l’Italia a galla, che ha tenuto a bada la rabbia, che ha fatto accettare “riforme” inaccettabili. E’ stata la nostra resa incondizionata. Oggi il vuoto si è creato di nuovo e altri si propongono. Da una parte c’è Vendola che dichiara apertamente di voler rifondare il centro-sinistra, dall’altra il Movimento 5 Stelle e i sostenitori di Ingroia che aumentano i consensi con il marketing della rivoluzione. Ecco di nuovo la parola rivoluzione. Ma si tratta davvero di rivoluzione o rivoluzione è la parola che nasconde un nuovo compromesso? E se sì di che tipo?

Il voto dei nostri ragazzi

21 gennaio 2013 Lascia un commento

Tricolore-Italiano-sventolaAvrete certamente letto che gli studenti Erasmus non potranno votare alle elezioni politiche di febbraio. Il Ministro degli Interni ha dichiarato: “Tecnicamente non è possibile, per potere essere elettori bisogna essere iscritti nelle liste elettorali dell’Aire, non previste per chi sta all’estero da meno di un anno. E poi non ci sono i tempi tecnici per istituire delle liste elettorali. Ci vorrebbe una legge ad hoc”. Peccato che il Governo Monti (come i precedenti governi) una legge ad hoc, per permettere ai circa 10.000 militari italiani in giro per il mondo a guerreggiar, l’abbia già fatta. Ovviamente rispettando tutti i tempi tecnici.

Morale della favola: il diritto al voto dei “nostri ragazzi” (come qualcuno definisce i militi) è tutelato, mentre quello degli studenti universitari all’estero, no.
Perché? Perché sono stati semplicemente dimenticati.
Ecco l’attenzione del sedicente progressista Monti ai giovani.

Cos’è la destra? Cos’è la sinistra? (…e i neo-borbonici)

18 gennaio 2013 1 commento

Capitalism-neob

Continuando il discorso sulla fine delle ideologie, i due luoghi comuni più in voga sono la fine della dicotomia destra-sinistra e fascismo-antifascismo. Riporto qui due link con contributi fondamentali, che danno (tra le altre cose) delle indicazioni su cos’è destra e cos’è sinistra e cos’è fascismo e antifascismo, andando un po’ oltre le distinzioni basate sul taglio di capelli o la faccia che c’hai disegnata sulla maglietta.

[Il più odiato dai fascisti. Conversazione su Furio Jesi, il mito, la destra e la sinistra]

[Se l’antifascismo riconosce autoritarismo solo dove c’è la svastica]

WM1 riporta delle definizioni di “destra” e “sinistra”, tanto semplici quanto efficaci, eccole:

la distinzione primaria tra sinistra e destra è proprio questa:

per la sinistra ogni società è costitutivamente divisa al proprio interno, perché ci sono interessi contrapposti e contraddizioni intrinseche. I conflitti principali avvengono lungo le linee di queste contraddizioni, che sono principalmente di classe e di genere, e derivano dai rapporti di proprietà (se ci sono i poveri è perché ci sono i ricchi), di produzione (gli sfruttatori non fanno gli interessi degli sfruttati), di “biopotere” (esistono dispositivi che favoriscono i maschi a scapito delle femmine) etc. Da questa premessa generale, che vale per tutta la sinistra, derivano numerose visioni macrostrategiche: socialdemocratica, comunista, anarchica… Tutte si basano sulla convinzione che la società sia in partenza divisa e diseguale e le cause della diseguaglianza siano endogene.

per la destra, invece, la nostra società era un tempo armoniosa e concorde, ma oggi non lo è più per colpa di agenti esterni, intrusi, nemici che si sono infilati e confusi in mezzo a noi e ora vanno ri-isolati ed espulsi. A seconda dei momenti, corrispondono all’identikit il musulmano, l’ebreo, il negro, lo slavo, lo zingaro, il terrone, il comunista che tifa per potenze straniere, il “pervertito” (da dove saltano fuori tutti ‘sti froci? Una volta mica c’erano!), la “Casta” intesa come altro da noi, la finanza ridotta ai complotti di “speculatori stranieri”, ”Roma” etc.

Uno dei fenomeni politici attuali (che forse dovrei semplicemente ignorare, ma non ci riesco) è quello dei movimenti meridionalisti-indipendentisti, che per semplicità chiamerei neo-borbonici. Il loro è un esempio lampante di discorso di destra. Essi infatti sostengono che un tempo il meridione era una società “armoniosa e concorde”, che poi arrivarono gli “agenti esterni” — i piemontesi —, che quindi vanno espulsi rifondando in qualche forma lo stato delle due-sicilie.

Tra i sostenitori di questi movimenti e partiti ci sono senz’altro persone che in buona fede credono che un altro stato, con altro nome e altra capitale possa essere la soluzione alla questione meridionale. Con un nuovo stato ci sarebbero sicuramente nuovi posti di lavoro nella burocrazia, nuove poltrone su cui sedersi, nuovi culi che si adagiano sul velluto. Per questi deratani, in effetti, sarebbe una svolta positiva. Diverso è il discorso che deve fare chi ha a cuore le sorti delle classi basse, dei precari, dei lavoratori, dei contadini: questa non è la loro lotta!

Già nel risorgimento in buona fede molti hanno fatto lo stesso errore, hanno seguito il mito di Garibaldi credendo che lo stato dei piemontesi potesse portare la libertà che i borbone negavano. A loro spese hanno scoperto che la brutalità del potere è sempre la stessa anche se cambia nome e bandiera. Non rifacciamo ora gli stessi errori in senso opposto, non insceniamo una farsa dopo la tragedia.

Lo stato è una macchina manovrata dalle classi dominanti — il famoso 1% — per controllare e reprimere le classi subalterne. Quale sia la bandiera, il nome e la capitale dello stato che ci opprime, poco conta. Al cavallo da soma non importa di che colore sia la frusta che lo colpisce. Mettiamo le nostre forze e la nostra rabbia al servizio di un battaglia più importante, quella contro il dominio dell’uomo sull’uomo, e quindi contro ogni stato. La lotta delle classi subalterne è quella di distruggere gli stati, non di crearne di nuovi.

Cosa sono queste ideologie (sottotitolo: non ci sono più le mezze stagioni)

14 gennaio 2013 2 commenti

 

Abbiamo scritto di ideologie e di chi le rifiuta a prescindere. E’ quindi il caso di chiarire cosa intendiamo quando scriviamo di ideologie.

Cominciamo da molto lontano. Siamo esseri pensanti, che vivono in un mondo, lo osservano, si fanno delle idee — giuste o sbagliate che siano — su cosa sia la realtà e in base ad esse decidono come comportarsi. Il mondo fuori di noi è sempre lo stesso, eppure esso può essere interpretato in tante maniere diverse. Queste sono le ideologie: strumenti teorici e/o dottrinali che ci aiutano ad interpretare la realtà.

Negli ultimi 30 anni o giù di lì ci hanno abboffato le palle a ripeterci che le “ideologie sono morte”, “non ci sono più ideologie” e via dicendo. Dire che non ci sono più ideologie è come dire che non esistono più interpretazioni della realtà. O ci siamo lobotomizzati tutti — ma proprio tutti — oppure si tratta chiaramente di una cazzata enorme. Ci hanno detto che bisogna tralasciare le vecchie ideologie e accettare la regole pragmatiche del mercato globale, poiché è la legge della domanda e dell’offerta a determinare come gira il mondo. Qui casca l’asino: la storia della fine delle ideologie è una bufala per farci accettare l’ideologia capitalista, escludendo altre possibilità.

Questa esperienza ci insegna a diffidare di chi dice di essere contrario alle ideologie: perché vorrebbe dire che è contrario a interpretare il mondo, oppure che è un’ameba priva del sistema nervoso centrale, o più probabilmente che vuole venderci la “sua” ideologia come l’unica possibile.

Avere un’interpretazione della realtà non solo è necessario, ma è addirittura inevitabile. Essere coscienti della propria vita non è altro che interpretare la realtà, per ogni singola cosa che facciamo, per quanto questa interpretazione possa essere confusa o parziale.

Tuttavia, un’ideologia ha senso finché aiuta a comprendere come va il mondo. Essa va rifiutata quando diventa un’interpretazione distorta della realtà, che la nasconde invece di renderla comprensibile. E’ per questo che un’ideologia può essere un formidabile strumento di potere, perché può far accettare le più tremende ingiustizie, nascondendole e rendendole incomprensibili a chi le subisce.

(Nel video qui sopra, un giovane Ignazio La Russa proclama la fine della dicotomia fascismo-antifascismo. Sono passati 40 anni ma le fandonie che si sentono in giro non sono molto diverse. Queste immagini sono l’incipit del must see “Sbatti il mostro in prima pagina”, di Marco Bellocchio con un formidabile Gian Maria Volonté.)