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Archive for novembre 2011

Il Controllo della Società

27 novembre 2011 Lascia un commento

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”

George Orwell

Storie violente, Leggi violente

25 novembre 2011 Lascia un commento

Questo blog aderisce all’appello di migranda.org:  “Una storia, molte violenze”
Quando la ragazza senegalese  ha chiamato i carabinieri per denunciare di essere stata derubata, stuprata e ferita alla gola dal suo ex compagno, l’hanno rinchiusa al Cie.
Adama non aveva le carte in regola.

Con questa schifosa storia si celebra la giornata contro la violenza sulle donne.
A dire il vero noi non crediamo a questo tipo di celebrazione. È durante tutto l’anno che ci si deve battere per difendere e rispettare le donne e più in generale i più deboli.
Ciò che non possiamo far a meno di notare è che le politiche sulla sicurezza dei Governi di destra hanno fallito su tutta la linea. Queste politiche populiste che indicando gli extracomunitari come stupratori ed aguzzini hanno sfruttato la violenza sulle donne per criminalizzare gli immigrati. Tutto falso. In Italia ogni anno ci sono 100 omicidi di mogli, fidanzate ed ex compagne. Omicidi nati in casa, covati nel rancore e nell’incapacità di gestire un rapporto tra pari.
Il reato di clandestinità fa delle donne migranti come Adama e migliaia di altre senza nome, soggetti ancor più deboli e privi di ogni forma di tutela legale.
Se si vuole realmente agire per tutelare le donne si deve produrre una buona legge sul modello spagnolo e soprattutto rifiutare completamente la cultura machista di stampo destrorso.

 

La FIAT ha “Cancellato ogni impegno derivante da prassi collettive in atto”

22 novembre 2011 Lascia un commento

Non sono molto bravo né politically correct. Per me i bulletti vanno pestati a dovere, perché è uno dei pochi linguaggi che capiscono.

L’arroganza di Marchionne mi ha proprio rotto il cazzo.

 

Con “equità” entra meglio

17 novembre 2011 Lascia un commento

La notizia brutta è che si mangia merda, la buona notizia è che ce n’è per tutti.
Questa gustosa metafora riassume perfettamente l’intervento al Senato del nuovo Governo tecnico.
Ciò che traspare dal discorso è la voglia di riformare lo Stato, passando dal paradigma dello Stato-Nazione che si occupa della tutela dei diritti dei cittadini (cosa già difettosa in Italia), al paradigma dello Stato-Mercato, in cui l’azione statale è tutta proiettata allo sviluppo economico del cittadino.
La rotta economica è la via al capitalismo nella sua sintesi anni ’70, periodo in cui i vecchi professori che oggi governano si dottoravano; la crescita a debito.
“Crescendo”, cioè aumentando il PIL, cioè aumentando la base su cui si impone l’IVA, lo Stato incassa abbastanza da poter ripagare il debito precedentemente contratto (per crescere). È importante notare che a partire dagli anni ’80 il mercato era già saturo di prodotti. Le nuove tecnologie non riescono a supportare una domanda di merci tale da far aumentare significamene il PIL. Quindi, per stimolare la crescita si è sviluppato il nuovo dogma della competitività. Per abbassare il prezzo delle merci si è abbassato il costo della loro produzione, agendo sulle norme del mercato del lavoro.
È esattamente quello che ancora oggi ripropone il vecchio Presidente, Senatore, Professore Zuper Mario Monti. L’unica novità è l’equità di questa riproposizione.
L’equità è il nuovo lubrificante anale scelto dal Governo per aiutare l’Italia a riformarsi. La brillante scelta di Zuper Mario è di ribassare i diritti dei lavoratori “fin troppo garantiti” ad un livello paragonabile a quello dei lavoratori precari. Tutto ciò in nome della crescita, pilastro marcio del capitalismo e di questo Governo.

Governo tecnico. Olé!

15 novembre 2011 Lascia un commento

Il pensiero unico si impone nascondendosi dietro il mito della tecnica. Nel momento in cui una sola opzione viene riconosciuta, la tecnica da mezzo per raggiungere un fine diventa fine ultimo e bene supremo. Ed ecco avvicinarsi il prossimo Governo tecnico. La maschera di Mario Monti nasconde il vero volto di scelte politiche ben precise. Scelte politiche assolutamente impopolari, che i dirigenti dei maggiori partiti condividono, ma che potrebbero realizzare solo al costo di perdere tanti voti. La soluzione è presto trovata, se tutti sono responsabili nessuno è responsabile, e nessuno perderà voti relativamente agli altri. Ci si unisce tutti in un bel governo di unità nazionale, del presidente come si dice oggi, e la responsabilità politica scompare. Ovvero si nasconde il fatto che quelle scelte impopolari non sono affatto obbligate, ma sono conseguenza di determinate decisioni politiche, e che altre opzioni di segno opposto sono possibili.

Cosa è giusto che un governo faccia? Cosa è sbagliato? Non sono domande che hanno una sola ed unica risposta. Le risposte sono tante, sono soggettive. La politica è il dominio della soggettività. Non quella del singolo individuo, come vorrebbe una certa antipolitica, ma la soggettività delle classi sociali. Ciò che è giusto per l’operaio non è necessariamente giusto per il padrone. Banalità. Eppure nella triste era del pensiero unico, è luogo comune che esista una sola e unica strada da seguire, fatta di privatizzazioni, di frontiere chiuse, di guerre umanitarie e altre amenità. E che i governi si giudichino in base alla capacità di portare avanti questo unico possibile programma, eventualmente con delle modalità più o meno autoritarie.

Il Capitale finanziario è accontentato. I partiti seguono varie tattiche, nella speranza di non perdere voti relativamente gli uni agli altri. E’ molto probabile però che perderanno voti in senso assoluto. La perdita assoluta di voti, ovvero l’aumento dell’astensione, non diminuisce di per sé il potere dei partiti, ma lega sempre più quel potere alle elite dominanti e sempre meno agli elettori. E così la democrazia rappresentativa svela l’inganno fondamentale su cui si fonda. Il che può essere un bene se porta a una presa di coscienza e all’autorganizzazione, ma può anche aprire la strada a nuove e pericolosissime forme di autocrazia.

A tal riguardo non bisogna mai dimenticare la brillante lezione di Berlusconi sull’onda dell’anti politica post tangentopoli: “la politica dei partiti è uno schifo; votate me che sono un imprenditore.”

Una libbra di carne

13 novembre 2011 Lascia un commento

Nel medioevo per i cristiani prestar soldi a strozzo era peccato mortale. Per questo motivo questa delicata funzione commerciale era svolta dagli ebrei che a riguardo non avevano vincoli di carattere religioso. Infatti banca viene da banco: le tavolate del ghetto ebraico di Venezia dove gli ebrei esercitavano il mestiere di usurai.

Secondo il Ministero dell’Interno, l’usura si definisce formalmente quando il tasso di interesse è superiore ad un certo valore medio, calcolato in base ad una formula. D’altra parte, stiamo constatando sulla nostra pelle come non ci sia limite alla crescita del tasso di interesse quando esso viene determinato dalle dinamiche del cosiddetto libero mercato. In realtà, oggi come in passato, è la legittimazione politica dell’usuraio a fare la differenza.

Arriviamo quindi ai giorni nostri, e parliamo di debito pubblico. La situazione in cui siamo è simile a quella in cui si trova la vittima dell’usura. Gli Stati nazionali sono nella condizione di chiedere soldi in prestito. Le modalità sono due: o tramite emissione diretta di buoni del tesoro, o facendo emettere a banche private dei bond garantiti dallo Stato. In entrambi i casi per vendere queste cose banche e promotori finanziari prendono una ghiotta commissione, racchiusa nel tasso di interesse che lo Stato deve pagare sul prestito. Questi titoli sono oggetto di compravendita sul mercato, definito libero, ma l’aggettivo opaco corrisponde meglio alla realtà.

In più esistono una miriade di prodotti finanziari (derivati), costruiti dalle stesse banche che erogano i prestiti, le cui cedole si basano sull’andamento del mercato dei titoli di debito pubblico. I più famosi sono i credit default swap; una sorta di titoli assicurativi (di cui esiste un mercato ancora più opaco) che scommettono sull’insolvenza di chi ha contratto il debito.

Infine le agenzie di rating (che sono società private) vengono pagate dagli stessi Stati per avere un valutazione della propria affidabilità come debitori, contribuendo a determinare il tasso di interesse applicato.

Avere un grosso debito pubblico vuol dire sottostare alle angherie dei mercati di questi titoli vari, gestiti e pilotati dalle stesse banche promotrici dei titoli. E questo sarebbe il libero mercato?

I Governi, allineati al pensiero unico, si giustificano dicendo di non avere alternative alla svendita del patrimonio statale, al taglio dei servizi pubblici, alla cancellazione dei diritti acquisiti, fino a mettere in discussione la sovranità nazionale e la democrazia.

Sulla pagina web del Ministero dell’Interno si legge:
“L’usura è un male antico che da sempre accompagna la storia dell’uomo. In pratica, consiste nello sfruttare il bisogno di denaro di un altro individuo per procacciarsi un forte guadagno illecito. Alla base di un rapporto usuraio c’è, da una parte, la necessità di denaro e, dall’altra, un’offerta che può apparire come un’immediata possibile soluzione per chi si trova in difficoltà. […] In realtà, ciò che pesa in modo decisivo sul rapporto fra usurato e usuraio è la convinzione della vittima di non avere comunque alternative alla propria situazione: solo l’usuraio, al momento del bisogno, lo ha aiutato; e anche se man mano gli toglie il patrimonio e la serenità, l’usuraio può, comunque, dargli ancora qualcosa. Magari ulteriore denaro, in cambio dell’ennesimo assegno che nessun altro più accetta. Si innesca così una spirale perversa che soltanto la vittima può spezzare, denunciando l’usuraio. In questo modo l’usurato riacquista la propria indipendenza. E ricomincia a vivere. […]”

Per uscire dalla morsa dell’usuraio bisogna in primis liberarsi dal meccanismo di sudditanza psicologica, ovvero capire che l’usura è il problema e non la soluzione. Poi bisogna decidere di non pagare. Ma come tutti sanno, un usuraio che si rispetti, quando non viene pagato, spara nelle gambe del malcapitato. Per evitarlo bisogna agire prima che parta la sua rappresaglia: denunciando alle autorità come suggerisce il sito del Ministero, ovvero organizzandosi e raccogliendo delle forze abbastanza grandi da annientare quella del cravattaio.

Come si esce dal circolo vizioso del debito pubblico?

Il primo passo quindi è emanciparsi dalla sudditanza psicologica, capire che dietro i mercati c’è una associazione a delinquere che ha vita facile grazie alla diffusa assuefazione al pensiero unico del libero mercato.

Il secondo passo è decidere di non pagare (“noi la crisi non la paghiamo”).

E’ a questo punto che bisogna contrapporre una forza ben organizzata ed annientare la prepotenza dei banchieri cravattai a cui la misera politica partitica tutto consente (“noi la crisi ve la creiamo”).

Ma chi ha la forza necessaria?

Oggi l’unica speranza è che la possa avere il nuovo Quarto Stato formato dalla classe dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e delle precarie, dei migranti impegnati quotidianamente in pratiche di resistenza attiva.

Produzione Immateriale

11 novembre 2011 Lascia un commento

Si parla tanto di produzione immateriale, ma di fatto cos’è?
Tralasciando la storia del marchio e del marketing vogliamo proporre un esempio reale in ambito industriale: La Doria.
Questa S.p.A. dell’agro-alimentare costituita ad Angri nel 1954 è un colosso europeo che nel 2010 ha fatturato 443.553.000 € (quattrocentoquarantatre milioni e cinquecentocinquantatremila euro) di cui il 21% in Italia.
Il fatturato deriva per il 31% dalla produzione di pomodoro, 25% legumi in scatola, 19% succhi di frutta.
La cosa interessante è che il 93% del giro d’affari è realizzato per contoterzi. Cioè La Doria fattura quasi tutto il suoi profitti producendo conserve per i marchi: Conad, Esselunga, Carrefour, Auchan, Selex, Tesco, Sainsbury, Morrison, Waitrose, Asda, Lidl, Ica, Star, Santa Rosa, Zuegg, Mutti.
Questo evidenzia due cose:

  • Nella produzione di valore il prodotto conta meno del marchio.
  • La base del consumismo, la famosa “libertà di scelta” del prodotto che più ci piace è in realtà una cazzata. Scegliamo il marchio che ci ispira determinati “valori” e questa è l’essenza della produzione immateriale.

I dati vengono dalla “Guida al consumo critico”, libro che vi consigliamo vivamente.