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Israeli Requiem?

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Deutsches Requiem, di Jorge Luis Borges

Seppur egli mi togliesse la
vita, in lui confiderò.
GIOBBE, 13 : 15

II mio nome è Otto Dietrich zur Linde. Uno dei miei antenati, Cristoph zur Linde, morì nella carica di cavalleria che decise la vittoria di Zorndorf. Il mio bisnonno materno, Ulrich Forkel, fu assassinato nella foresta di Marchenoir da franchi tiratori francesi, negli ultimi giorni del 1870; il capitano Dietrich zur Linde, mio padre, si distinse nell’assedio di Namur, nel 1914 e, due anni dopo, nella traversata del Danubio.1 Quanto a me, sarò fucilato come torturatore e assassino. Il tribunale ha proceduto con rettitudine; fin dal principio, io mi sono dichiarato colpevole. Domani, quando l’orologio della prigione suonerà le nove, sarò entrato nella morte; è naturale che pensi ai miei maggiori, giacché son cosi presso alla loro ombra, giacché in qualche modo io sono loro.

1 È significativa l’omissione dell’antenato più illustre del narratore, il teologo ed ebraista Johannes Forkel (17994846), che applicò la dialettica di Hegel alla cristologia e la cui versione letterale di alcuni dei Libri Apocrifi meritò la censura di Hengstenberg e l’approvazione di Thilo e Gesenius. (Nota dell’editore del manoscritto tedesco.)

Durante il giudizio (che fortunatamente è durato poco) non ho parlato; giustificarmi, allora, avrebbe ritardato il verdetto e sarebbe apparso un atto di codardia. Ora è un’altra cosa; e questa notte che precede la mia esecuzione, posso parlare senza timore. Non desidero essere perdonato, perché non c’è colpa in me, ma voglio essere compreso. Chi saprà ascoltarmi, capirà la storia della Germania e la futura storia del mondo. So che casi come il mio, eccezionali e sorprendenti ora, saranno presto comuni. Domani morrò, ma sono un simbolo delle generazioni future.

Sono nato a Marienburg, nel 1908. Due passioni, ora quasi dimenticate, mi permisero di affrontare con coraggio e anzi con letizia molti anni infausti: la musica e la metafisica. Non posso menzionare tutti i miei benefattori, ma ci sono due nomi che non mi rassegno ad omettere: quelli di Brahms e di Schopenhauer. Praticai anche la poesia; a quei nomi voglio unire un altro grande nome, William Shakespeare. Un tempo, m’interessò la teologia, ma da tale fantastica disciplina (e dalla fede cristiana) mi sviò per sempre Schopenhauer, con ragioni dirette; Shakespeare e Brahms, con l’infinita varietà del loro mondo. Sappia, chi indugia meravigliato, tremante di tenerezza e di gratitudine, davanti a un qualunque luogo dell’opera di quei beati, che anch’io, l’abominevole, vi indugiai. Intorno al 1927 entrarono nella mia vita Nietzsche e Spengler. Osserva uno scrittore del secolo XVIII che nessuno vuol essere debitore dei suoi contemporanei; io, per liberarmi di un’influenza che presentivo opprimente, scrissi un articolo intitolato Abrechnung mit Spengler, nel quale facevo notare che il monumento dove appaiono più chiaramente i tratti che l’autore chiama faustiani non è il composito dramma di Goethe,2 ma un poema scritto venti secoli fa, il De rerum natura. Resi giustizia, tuttavia, alla sincerità del filosofo della storia, al suo spirito radicalmente germanico (Lerndeutsch) militare. Nel 1929 entrai nel Partito.

2 Altri popoli vivono con innocenza, in sé e per sé, come i minerali o le meteore; la Germania è lo specchio universale che riceve tutti gli altri, la coscienza del mondo (das Weltbewusstsetn). Goethe è il prototipo di tale comprensione ecumenica. Non lo critico, ma non vedo in lui l’uomo faustiano della tesi di Spengler.

Poco dirò dei miei anni di apprendistato. Furono più duri per me che per molti altri, giacché per quanto non mi difetti il coraggio, mi manca ogni vocazione per la violenza. Compresi, però, che eravamo alla soglia d’un tempo nuovo e che questo tempo, paragonabile alle epoche iniziali dell’Islam e del cristianesimo, esigeva uomini nuovi. Individualmente, i miei camerati mi erano odiosi; invano cercavo di convincermi che per l’alto fine che ci univa non eravamo individui.

Affermano i teologi che se l’attenzione del Signore si distogliesse un solo secondo dalla mia mano destra che scrive, essa ricadrebbe nel nulla, come se la folgorasse un fuoco senza luce. Nessuno può esistere, io dico, nessuno può bere un bicchiere d’acqua e rompere un pezzo di pane, senza giustificazione. Per ogni uomo la giustificazione è diversa; io attendevo la guerra inesorabile che avrebbe provato la nostra fede. Mi bastava sapere che sarei stato un soldato delle sue battaglie. Temetti a volte che ci defraudasse la codardia dell’Inghilterra e della Russia. Il caso, o il destino, intessé diversamente il mio avvenire: il primo marzo del 1939, all’imbrunire, ci furono tumulti a Tilsit che i giornali non registrarono; nella strada dietro la sinagoga, due pallottole mi attraversarono la gamba, che fu necessario amputare.3 Pochi giorni dopo, i nostri eserciti entravano in Boemia; quando le sirene lo proclamarono, io ero degente nell’ospedale, cercando di perdermi e di obliarmi nei libri di Schopenhauer. Simbolo del mio vano destino, dormiva sul davanzale della finestra un gatto enorme e soffice.

3 Si dice che le conseguenze di quella ferita siano state molto gravi. (Nota dell’editore del manoscritto.)

Nel primo volume dei Parerga und Paralipomena rilessi che tutti i fatti che possono accadere a un uomo, dall’istante della sua nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui. Cosi, ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio. Non c’è consolazione più abile del pensiero che abbiamo scelto le nostre disgrazie; una tale teleologia individuale ci rivela un ordine segreto e prodigiosamente ci confonde con la divinità. Quale ignorato proposito (mi chiesi) mi aveva fatto scegliere quella sera, quelle pallottole e quella mutilazione? Non il timore della guerra, ne ero certo; qualcosa di più profondo. Alla fine credetti di capire. Morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza; lottare in Efeso contro le fiere è meno duro (migliaia di martiri oscuri lo fecero) che essere Paolo, servo di Gesù Cristo; un atto è meno che tutte le ore d’un uomo. La battaglia e la gloria sono cose facili; più ardua dell’impresa di Napoleone fu quella di Raskolnikov. Il sette febbraio del 1941 fui nominato vicedirettore del campo di concentramento di Tarnowitz.

L’esercizio di quella carica non mi fu grato, ma non peccai mai di negligenza. Il codardo si prova tra le spade; il misericordioso, il pietoso, cerca la vista delle carceri e dell’altrui dolore. Il nazismo, intrinsecamente, è un fatto morale, uno spogliarsi del vecchio uomo, che è viziato, per vestire il nuovo. Nella battaglia, tra il clamore dei capitani e le grida, tale mutamento è cosa comune; non cosi in un’ignobile cella, dove ci tenta con antiche commozioni l’insidiosa pietà. Non invano scrivo questa parola; la pietà per l’uomo superiore è l’ultimo peccato di Zarathustra. Quasi lo commisi (lo confesso) quando ci inviarono da Breslau l’insigne poeta David Jerusalem.

Era questi un uomo di cinquantanni. Povero di beni di questo mondo, perseguitato, negato, vituperato, aveva consacrato il suo genio a cantare la felicità. Mi sembra di ricordare che Albert Soergel, nell’opera Dichtung der Zeit, lo paragona a Whitman. Il paragone non è felice: Whitman celebra l’universo in modo previo, generico, quasi indifferente; Jerusalem si rallegra di ogni cosa, con minuzioso amore. Non fa mai enumerazioni, cataloghi. Posso ancora ripetere molti esametri di quel profondo poema che s’intitola Tse Yang, pittore di tigri, che è come striato di tigri, come carico e attraversato da tigri oblique e silenziose. Neppure dimenticherò il soliloquio, Rosencrantz parla con l’Angelo, nel quale un usuraio londinese del secolo XVI cerca invano, morendo, di giustificare le proprie colpe, senza sospettare che la segreta giustificazione della sua vita è aver ispirato a uno dei suoi clienti (il quale l’ha visto una sola volta e ch’egli non ricorda) il carattere di Shylock. Uomo dagli occhi memorabili, di pelle citrina, dalla barba quasi nera, David Jerusalem era il prototipo dell’ebreo sefardita, sebbene appartenesse ai depravati e odiati Ashkenazim. Fui severo con lui; non permisi che m’intenerissero la compassione, né la sua gloria. Avevo compreso da tempo che non c’è cosa al mondo che non sia germe d’un Inferno possibile; un volto, una parola, una bussola; una pubblicità di sigarette, potrebbero render pazza una persona, se questa non riuscisse a dimenticarli. Non sarebbe pazzo un uomo che s’immaginasse continuamente la carta d’Ungheria? Decisi di applicare questo principio al regime di disciplina del campo e…4 Alla fine del 1942, Jerusalem perdette la ragione; il primo marzo del 1943, riusci a darsi morte.5

4 È stato indispensabile, a questo punto, omettere alcune ri ghe. (Nota dell’editore del manoscritto*)
5 Né negli archivi né nell’opera di Soergel figura il nome di Jerusalem. Neppure le storie della letteratura tedesca lo regi strano. Non credo, tuttavia, che si tratti di *un personaggio falso. Per ordine dì Otto Dietrich zur Linde furono torturati a Tarnowitz molti intellettuali ebrei; tra essi, la pianista Emma Rosenzwcig. “David Jerusalem” è forse un simbolo di vari individui. Ci vien detto che mori il primo marzo del 1943; il primo marzo del 1939, il narratore fu ferito a Tilsit* {Nòta dell’editare dei manoscritto)

Ignoro se Jerusalem abbia compreso che, se lo distruggevo, era per distruggere la mia pietà. Ai miei occhi, egli non era un uomo, e neppure un ebreo; s’era trasformato nel simbolo di una detestata zona della mia anima. Agonizzai con lui, morii con lui, in qualche modo mi son perduto con lui; perciò fui implacabile.

Intanto, giravano su noi i grandi giorni e le grandi notti di una guerra felice. C’era, nell’aria che respiravamo, un sentimento simile all’amore. Come se bruscamente il mare fosse stato vicino, c’era uno stupore e un’esaltazione nel sangue. Tutto, in quegli anni, era differente; anche il sapore del sonno. (Io, forse, non fui mai pienamente felice, ma si sa che la sventura esige paradisi perduti.) Non c’è uomo che non aspiri alla pienezza, cioè alla somma di esperienze di cui un uomo è capace; non c’è uomo che non tema d’essere defraudato di una parte di quel patrimonio infinito. Ma la mia generazione ha avuto tutto perché prima le fu data la gloria e poi la disfatta.

Nell’ottobre o nel novembre del 1942 mio fratello Friedrich perì nella seconda battaglia di El Alamein, sulle sabbie egiziane; un bombardamento aereo, mesi dopo, distrusse la nostra casa natale; un altro, alla fine del 1943, il mio laboratorio. Incalzato da vasti continenti, il Terzo Reich moriva; la sua mano stava contro tutti e le mani di tutti contro di lui. Accadde allora una cosa singolare, che ora credo di capire. Io mi credevo capace di vuotare il calice dell’ira, ma alla feccia mi arrestò un sapore inatteso, il misterioso e quasi terribile sapore della felicità. Tentai diverse spiegazioni; nessuna mi soddisfece. Pensai: Sono contento della sconfitta, perché segretamente mi so colpevole e solo la punizione può redimermi. Pensai: Sono contento della sconfitta, perché e una fine e io sono stanco. Pensai: Sono contento della sconfitta perché è accaduta, perché è innumerevolmente unita a tutti i fatti che sono, che furono, che saranno, perché censurare o deplorare un solo fatto reale e bestemmiare l’universo. Tentai tali ragioni, finché trovai la vera.

È stato detto che tutti gli uomini nascono aristocratici o platonici. Ciò equivale ad affermare che non c’è discussione di carattere astratto che non sia un momento della polemica di Aristotele e Piatone; attraverso i secoli e le latitudini, cambiano i nomi, le lingue, i volti, ma non gli eterni antagonisti. Anche la storia dei popoli registra una continuità segreta. Arminio, quando massacrò in una palude le legioni di Varo, non si sapeva precursore d’un Impero Germanico; Lutero, traduttore della Bibbia, non sospettava che il suo fine era quello di forgiare un popolo che distruggesse per sempre la Bibbia; Christoph zur Linde, che una pallottola moscovita uccise nel 1758, preparò in qualche modo le vittorie del 1914; Hitler credette di lottare per un paese, ma lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che il suo io lo ignorasse; lo sapevano il suo sangue, la sua volontà. Il mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada. Tale spada ci uccide, e noi siamo paragonabili al mago che tesse un labirinto ed è costretto a errarvi fino alla fine dei suoi giorni, o a David che giudica uno sconosciuto e lo condanna a morte e ode poi la rivelazione: Tu sei quell’uomo. Molte cose bisogna distruggere, per edificare il nuovo ordine; ora sappiamo che la Germania era una di quelle cose. Abbiamo dato più delle nostre vite, abbiamo dato il destino del nostro amato paese. Altri maledicano e piangano; io sono lieto che il nostro dono sia circolare e perfetto.

Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che importa è che domini la violenza, non la servile viltà cristiana. Se la vittoria e l’ingiustizia e la felicità non sono per la Germania, siano per altri popoli. Che il cielo esista, anche se il nostro luogo è l’inferno.

Guardo il mio volto nello specchio per sapere chi sono, per sapere come mi comporterò tra qualche ora, quando mi troverò di fronte alla fine. La mia carne può aver paura; io, no.

 

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