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Posts Tagged ‘politica’

No Border

6 marzo 2016 Lascia un commento

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No Border: pl. fem., l’unica cosa buona che ha prodotto l’Europa / the only good thing Europe has ever produced.

Clima, MIT e democrazia

11 dicembre 2015 1 commento
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“Sì, il pianeta è andato distrutto. Ma per un momento magico generammo tanti tanti profitti per gli azionisti.”

 

Tutto ciò che oggi sappiamo sui cambiamenti climatici (dinamiche di enorme complessità su cui abbiamo ancora tanto da imparare) si può a buon diritto includere nella lista dei grandi successi della scienza. Al contrario l’inerzia con cui ne stiamo accettando il corso è una delle più grandi vergogne dell’umanità.

Si è svolta nei giorni scorsi a Parigi la COP21, ovvero la 21-esima conferenza sui cambiamenti climatici. Scopo della conferenza è, o almeno dovrebbe essere, raggiungere un accordo per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici (purtroppo abbiamo già da tempo superato il punto di non ritorno, ora si tratta di contenere i danni). Il punto fondamentale delle discussione, che mai viene affrontato alla radice, è ridurre le emissioni nell’atmosfera di tutti quei gas considerati responsabili dell’effetto serra. Sono 21 anni che delegati da tutto il mondo si riuniscono e discutono. Risultati: zero.

In questi stessi giorni un folto gruppo di studenti e ricercatori del MIT sta protestando con un civilissimo sitin che dura da più di 50 giorni (50!). Protestano contro le decisioni prese dal rettore Leo Rafael Reif riguardo la posizione del MIT nei confronti dei cambiamenti climatici.

Facciamo un salto indietro di circa 3 anni. Alcuni studenti del MIT rispondono all’appello della campagna “Fossil Free” che chiede di disinvestire dalle maggiori compagnie petrolifere o comunque legate ai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale, qui la lista delle top-200 compagnie). E’ un obiettivo ambizioso e molto concreto: levare il sostegno finanziario a chi causa l’effetto serra. Per il MIT si tratta di parte di un patrimonio finanziario che ammonta complessivamente a più di 13 miliardi di dollari.

Gli studenti fondano il gruppo “Fossil Free MIT”, raccolgono più di tremila firme, organizzano un’efficace campagna di sensibilizzazione. La direzione del MIT viene messa alle strette e accetta di far partire durante la primavera del 2015 una grande discussione che coinvolgerà tutta la comunità universitaria per decidere quali azioni il MIT debba prendere nei confronti dei cambiamenti climatici.

Al di là del peso finanziario del MIT, notevole ma trascurabile nell’economia petrolifera, ciò che conta è il peso simbolico, politico e morale. L’esempio di un’istituzione tanto importante. Durante la primavera di quest’anno si svolgono eventi, seminari, tavole rotonde. Eminenti scienziati vengono chiamati a prendere posizione. Noam Chomsky, insieme a molti altri, si schiera a favore del disinvestimento.

Scopo del rettore, evidentemente, è quello di imbrigliare le energie degli studenti e pilotare lo scontro politico verso acque per lui più sicure. Viene quindi formata una commissione il cui compito è stilare un rapporto che contenga delle raccomandazioni – non vincolanti! – da sottoporre alla direzione del MIT.

Qualche mese fa la commissione presenta nel suo rapporto una versione “ammorbidita” delle richieste iniziali degli studenti, suggerendo di limitare il disinvestimento alle compagnie che di occupano di carbone e sabbie bituminose, nonché alle società che negano la causa antropica dei cambiamenti climatici. Non vengono considerate le compagnie petrolifere, ma per lo meno la commissione appoggia, se pur in maniera parziale, l’idea forte del disinvestimento. Nonostante tutto è una sostanziale vittoria per il movimento degli studenti.

Un finale che non piace al rettore Rafael Reif, il quale decide di cancellare con un tratto di penna mesi di democratico confronto e di ignorare le raccomandazioni della commissione. Il 21 ottobre la direzione del MIT comunica che continuerà a investire in tutte le società legate ai gas serra come ha sempre fatto.

Il MIT continuerà a ricevere finanziamenti da ExxonMobil, BP, Chevron, Eni, Saudi Aramco, Shell, Statoil, Total, etc. ExxonMobil, che l’anno scorso ha firmato un contratto di 25 milioni di dollari con il MIT, potrà continuare a recitare la parte dell’azienda generosa e democratica che finanzia la ricerca scientifica.

Sono passati 50 giorni e gli studenti sono ancora lì, seduti fuori la stanza del direttore.

Onore a questi studenti. Essi sono un esempio per tutti noi.

 

ffmit

Stiamo solo andando a votare

11 aprile 2014 Lascia un commento

antonio_la_trippaLo stato delle cose è brillantemente descritto in un passaggio di una lettera di un vecchio compagno: “Parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà, universalità, mentre gli operai e tutti i lavoratori vengono affamati, spogliati, condotti alla rovina e all’esaurimento non solo dalla schiavitù salariata capitalistica, ma anche da quattro anni […] di rapina, mentre i capitalisti e gli speculatori continuano a detenere la “proprietà” estorta e l’apparato “già pronto” del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati. Significa rompere bruscamente con le verità fondamentali del marxismo, il quale ha detto agli operai: voi dovete utilizzare la democrazia borghese come un immenso progresso storico rispetto al feudalesimo, ma non dovete nemmeno per un istante dimenticare il carattere borghese di questa “democrazia”, la sua natura storicamente condizionata e limitata, non dovere condividere la “fede superstiziosa” nello “Stato”, non dovere scordare che lo Stato, persino nella repubblica più democratica, e non soltanto in regime monarchico, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su di un’altra classe.
La borghesia è costretta a fare l’ipocrita e a chiamare “potere di tutto il popolo” o democrazia in generale o democrazia pura la repubblica democratica (borghese), che è di fatto la dittatura della borghesia, la dittatura degli sfruttatori sulle masse lavoratrici.”
Ecco la nostra brutta situazione. Peccato che queste parole siano state scritte nel 1918 dal compagno Lenin

In questa realtà ci sono due modi di fare politica: il primo è far parte del sistema istituzionale, spesso con tutti gli enormi benefici personali che ciò comporta. Il secondo è fare Politica al di fuori del sistema democratico descritto da Lenin. Sorprendentemente i due modi non sono necessariamente in contrasto. Attenzione, andare a votare, fa parte del primo modo di fare politica. Questo deve essere chiaro. E che sia chiaro anche che votare non vuol MAI dire cambiare le cose. Quindi l’atto del votare deve essere spogliato da tutta l’enfasi e la falsa potenza che la retorica di questa democrazia gli attribuisce. Stiamo solo andando a votare. Cioè a comporre la ripartizione parlamentare tra partiti ben allineati, tutt’altro che rappresentativi. In più, votare significa, determinare la percentuale di fondi pubblici che ogni partito riceverà. Questo, in certe condizioni, è la cosa più importante, che può rendere necessarie scelte pragmatiche apparentemente impossibili.
In un articolo di Limes si legge: “Nicholas – 35 anni, ricercatore all’estero – si definisce un anarchico sociale (greco). Voterà per Syriza, la coalizione di partiti alla sinistra del Pasok. Una mezza eresia per un anarchico, giustificata dalla gravità del momento. Come lui, spiega, «faranno moltissimi altri compagni». Dire no all’austerity made in Berlin è la prima necessità. La seconda, contenere la marcia dei neonazisti di Alba dorata. «Se arrivano in parlamento hanno diritto ai rimborsi elettorali. Quei soldi li investirebbero anche per comprare delle armi da usare contro di noi.”
Non votare è sempre una scelta rispettabile, ma è funzionale al sistema. In più, a volte può significare aumentare la forza economica dei nostri nemici più pericolosi.
Poi è del tutto evidente che il fare Politica è tutta un’altra cosa: organizzarsi, studiare, lavorare, lottare, occupare, autogestire, resistere. Col sogno che un giorno maturino le condizioni per insorgere e cambiare davvero le cose.

 

Perché Tsipras

27 marzo 2014 Lascia un commento

Orribile la campagna elettorale della lista “L’altra Europa con Tsipras”. Orribile la mediocrità che ha portato a litigi e divisioni. Orribile la confusione ideologica che ha fatto prevalere una certa impostazione fintamente “apartitica”, con le liste della cosiddetta “società civile” formate da intellettuali più o meno ignoti. Ridicoli infine i manifesti, che inneggiano agli aperitivi e al prozac (c’è da domandarsi se hanno pagato dei pubblicitari per fare questi guai o è il frutto della creatività non-pagata dei militanti).

Per farsi due risate, ecco alcuni esempi di self-subvertising (ovvero come diventare la parodia di se stessi). Da sinistra a destra, tre correnti di pensiero in seno alla lista Tsipras: l’aperitivismo solidale, l’intolleranzismo individualista e lo smacchiamentismo giaguarista (clicca per ingrandire).

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Tutto ciò è sintomo della grave difficoltà mentale, prima che organizzativa, della sinistra italiana. Mancano punti di riferimento ideologici. Ci si lascia affascinare dal linguaggio dell’antipolitica. Non avendo messaggi forti e credibili, si rimedia con le tecniche di comunicazione della pubblicità commerciale. Il risultato è penoso e non lascia prevedere niente di buono in termini elettorali.

Pare che l’obiettivo della Lista Tsipras in Italia sia rubacchiare qualche voto al PD (difficile) e al M5S (difficilissimo), e per far questo scimmiottano i temi propri del M5S, oppure sperano che una bandiera rossa (ormai epurata dalla falce e dal martello) sia sufficiente per recuperare i voti di pochi nostalgici che in gioventù si sono avvicinati (ma mai troppo) alla politica.

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Operai durante lo sciopero del 1943. All’epoca l’aperitivo non era ancora di moda.

La sfida vera e potenzialmente vincente sarebbe invece avere il voto di chi pratica l’astensione perché non vede rappresentanti credibili a sinistra. Sono elettori difficili, che richiedono un certo sforzo per essere convinti. La lista Tsipras sta facendo ben poco in questa direzione. Semmai ci sta assicurando che quei voti non li avrà mai.

L’astensionismo ha le sue buone ragioni. Le elezioni politiche sono la bella favoletta che ci viene raccontata per farci fare sonni tranquilli. Servono al potere per essere accettato da chi il potere lo subisce. Astenersi vuol dire rifiutare di partecipare a una sceneggiata. (Ecco Renzi e Grillo salire sul palco per rubare la scena al vecchio mattatore, l’eterno Berlusconi.) La partita vera si gioca fuori dal teatro, ed è più complessa di una partita a scacchi.

Non c’è dubbio che PD, M5S e PDL (o come diavolo si chiama adesso) si spartiranno il podio, in un qualche ordine determinato dalle fluttuazioni statistiche. Un tri-polo che altro non è che un bi-polo, e che a ben vedere è un mono-polo. A parte la propaganda elettorale, PD e PDL (con i loro gruppi di riferimento in Europa, i Socialdemocratici-Progressisti e i Cristianodemocratici-Conservatori) continueranno le usuali politiche di austerità, di blocco delle frontiere e zerbinismo nei confronti della NATO e degli USA. Dall’altro lato il M5S (e gli altri gruppi xenofobi con cui si andrà a confrontare) proporranno soluzioni di facciata di stampo nazional-socialista, in sostanziale continuità con le politiche liberiste, accompagnate da misure di ulteriore repressione degli immigrati. In questo scenario, avere un gruppo (per forza di cosa piccolo) di parlamentari che possa portare una visione diversa dell’Europa, né liberista né nazional-socialista, non può che far bene. Per questo c’è da impegnarsi per far superare alla lista Tsipras la soglia di sbarramento del 4%. E prima ancora c’è da impegnarsi per la raccolta firme.

Una cosa si deve tenere bene a mente: non bisogna credere nelle elezioni, mai. Il loro valore è marginale e simbolico. Come dicevamo sopra, la partita quella vera si gioca fuori dai parlamenti: nei luoghi di lavoro, sui territori. Non bisogna sovraccaricare le elezioni di una flebile speranza che facilmente si tradurrà in una disastrosa disillusione. A differenza di Renzi, Grillo e Berlusconi, Tsipras non è l’uomo della provvidenza che risolverà tutti i nostri problemi. E’ piuttosto un simbolo attorno al quale raccogliere un po’ di consensi per combattere un Europa liberista, imperialista e xenofoba. Tsipras non è un rivoluzionario. Le rivoluzioni non si fanno con le libere elezioni. Per adesso però può essere buono averlo nel parlamento europeo.

Il vero valore aggiunto di Tsipras è che è greco, e ha provato sulla pelle dei suoi familiari, amici e conoscenti la devastazione portata dalla troika. Già solo per questo merita un appoggio. Nonostante la sinistra italiana sia monnezza.

Ucraine propaganda

10 marzo 2014 Lascia un commento

Politica viene da polis, cioè città. Avere a che fare con gli altri esseri umani, gestire i conflitti, le attitudini e gli interessi comuni o divergenti, questo è lo scopo della politica. La politica è ovunque, perché è l’essenza stessa del vivere insieme. Lo è stato in passato. Lo è ancor di più oggi che la comunità umana si sviluppa su scala mondiale. Purtroppo, per come stiamo messi, buona parte dell’attività politica è finalizzata al mantenimento della posizione di potere che una élite (che per far prima chiameremo classe dominante) ha sul resto (classe subalterna). Oppure a gestire gli scontri tra diverse fazioni della classe dominante.

La politica, intesa in questo modo, è una cosa sporca. E la geopolitica se possibile lo è ancor di più. Verrebbe voglia di ignorarle e cercare di campare tranquilli e rilassati. Purtroppo (o per fortuna!) non ci si può nascondere dalla realtà. Meglio procurarsi adesso gli strumenti intellettuali per decifrare ciò che accade, piuttosto che scoprire tra qualche anno di aver fatto la parte dei fessi.

La sete di libertà e di giustizia sono sentimenti nobili che ci appassionano, ci fanno sognare, ci mobilitano, ci fanno mettere in discussione. Chi ha un cuore sincero, tende a pensare che tutti condividano i suoi buoni sentimenti. Purtroppo non è così. Succede invece che far leva sui buoni sentimenti sia una dei metodi preferiti che la classe dominante usa per gestire e perpetuare il proprio potere. In altri termini, far leva sulla sfera emozionale è il metodo più efficacemente utilizzato dai mass media per “convincere l’opinione pubblica”.

NEWS_190747E’ il caso dei recenti avvenimenti in Ucraina. Giornali, televisioni e blogger hanno appassionato l’opinione pubblica con l’epica dei nostri fratelli ucraini che combattono pacificamente per partecipare al sogno dell’unione europea. Ci hanno indignato con la narrazione di un leader sanguinario che spara sulla propria gente. Poi si scopre che i manifestanti pacifici erano fascisti armati di fucili. E che a sparare sulla folla inerme non era il governo, ma i suddetti manifestanti pacifici (allo scopo di creare indignazione nel pubblico da casa).

Tutto ciò ci spinge a rivalutare la situazione a sangue freddo. L’Ucraina è una terra di confine tra il capitalismo avanzato dell’Europa occidentale (degli USA e della NATO), e il capitalismo giovane e rampante della moderna Russia. Non c’è più traccia di scontri ideologici, semmai ce ne fossero stati in passato. Qui la questione è semplice, c’è da capire chi e come avrà potere su quella regione di confine. Potere significa accesso alle risorse naturali e a un vasto bacino di manodopera a basso costo. Significa avere dei consumatori a cui vendere merci, e anche semplicemente poter piazzare dei carri armati un po’ più in là sulla mappa del risiko.

Questo è lo scopo del gioco. L’unica regola è vincere. Il montepremi è grande, tutti sono chiamati a fare la loro parte. La partita si gioca sul campo ma si gioca anche in casa. Perché in una società avanzata come la nostra è importante creare un certo consenso popolare. E questo è il compito della propaganda.

Maggioranza

8 febbraio 2014 Lascia un commento

“Maggioranza non è un concetto aritmetico, ma politico”.

Konstantin Zarodov

Nella casa del Grande Fratello

2 febbraio 2014 Lascia un commento

Daria Bignardi intervista Corrado Augias e Alessandro Di Battista come fossero concorrenti del Grande Fratello. Io dico che lo sono per davvero. Deciderà il pubblico da casa.

E’ sin troppo facile riconoscere nelle parole di Di Battista l’ormai trita e ritrita retorica grillina. Né destra né sinistra, giustizialismo, il capo carismatico che capo non sarebbe, la democrazia via internèt. Io ci ho anche visto dell’altro. Ho visto il sogno (o forse l’utopia) di creare un sistema dove la classe dirigente non sia più fatta da politici poltronisti, ma da cittadini che si danno il cambio. Ho sentito parecchie frasi fatte, ho percepito l’euforia di stare in televisione, l’insicurezza nel gestire il piccolo schermo. Al di là di tutto questo, però, c’erano i contenuti assai condivisibili di una giusta battaglia contro una legge elettorale antidemocratica, contro un regalo molto grosso fatto alle banche in maniera del tutto gratuita, contro una visione mono-polare della politica figlia del pensiero unico neoliberista e serva del capitalismo finanziario.

Ho trovato molto più interessante l’intervista a Corrado Augias. Pienamente a suo agio in televisione, appare sicuro di sé ed esprime con estrema chiarezza il suo pensiero. Mi ha fatto tornare in mente un vecchio scritto in cui Wu Ming 1 rifletteva su quanto fosse dannoso un certo antifascismo “di regime”. La forza dell’antifascismo è nella sua carica rivoluzionaria. Levategliela e non rimarrà che vuota retorica. Una retorica finalizzata a preservare lo status quo che fornisce nutrimento prezioso a nuovi rigurgiti di fascismo.

***

Augias ci spiega come le pur buone intenzioni dei giovani grillini finiscano per essere imbrigliate e disinnescate dal controllo padronale della Grillo-Casaleggio SPA. C’è del vero in questo, anche se trovo più utile e veritiera un’altra descrizione del M5S, meno semplicistica, fatta tempo fa dai Wu Ming.

Il duro ostruzionismo messo in atto dai grillini la settimana scorsa, che si è poi concluso con l’occupazione dei banchi del governo, sarebbe stato un atto fascista. Esagera. Esagera perché ingigantisce quella che è stata un’occupazione ovviamente simbolica, semmai un po’ maldestra. Per Augias questa sarebbe eversione.

Quale rimedio contro questa temibile eversione dell’ordinamento democratico? Un’eversione più grande e più efficace, ovviamente. E’ quella che il PD di Renzi sta portando avanti con la riesumazione del cadavere di un 80enne miliardario. Ecco il PD che legittima politicamente (e non è la prima volta!) colui che per 20 anni è stato la personificazione dell’eversione democratica, dello svuotamento del ruolo del parlamento, della connivenza con la mafia, della corruzione elevata ad arte. Colui che ha portato al governo fascisti vecchi e nuovi, il principe della decadenza e dell’anomalia italiana.

Sostiene Augias, convinto sostenitore del bipolarismo, che è giusto e democratico che i due principali poli siano in armonia e in accordo tra di loro. E che gli scontenti, ovvero quella fascia della popolazione scientificamente predestinata a prenderselo nel culo dolorosamente, se ne stiano buoni al loro posto. Sotto la soglia del 8% come in ogni democrazia moderna che si rispetti.