Thanks for waiting

12 ottobre 2015 Lascia un commento

“Thanks for waiting!”

E’ quello che ti dicono in Inghilterra gli impiegati, di società private e pubbliche, dopo che hai aspettato il tuo turno, in coda o al telefono, per un tempo interminabile.

Non suona strano? Uno si aspetterebbe di sentirsi dire “ci scusiamo per l’attesa” e invece ti dicono “ti ringraziamo per l’attesa”. Una bella presa per il culo, si chiama corporate policy.

Tutto il tempo che ti fanno aspettare, in coda a uno sportello, a compilar moduli, o al telefono per parlare con un operatore che non sia una voce registrata, è tempo di lavoro non retribuito. Più le attese sono lunghe, più l’azienda risparmia sul personale. A pagare sei tu, con il tempo e la salute che perdi ad aspettare.

Ah quando i benpensanti cantavano in coro: “privatizziam: così non farem più la fila alla posta!” Vuoi mettere la soddisfazione, dopo una fila di un’ora, di sentirsi dire “grazie per l’attesa”?

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Bailout Referendum

29 giugno 2015 Lascia un commento

It is hard to advise Greeks how to vote on 5 July. Neither alternative – approval or rejection of the troika’s terms – will be easy, and both carry huge risks.

A yes vote would mean depression almost without end. Perhaps a depleted country – one that has sold off all of its assets, and whose bright young people have emigrated – might finally get debt forgiveness; perhaps, having shrivelled into a middle-income economy, Greece might finally be able to get assistance from the World Bank. All of this might happen in the next decade, or perhaps in the decade after that.

By contrast, a no vote would at least open the possibility that Greece, with its strong democratic tradition, might grasp its destiny in its own hands. Greeks might gain the opportunity to shape a future that, though perhaps not as prosperous as the past, is far more hopeful than the unconscionable torture of the present.

I know how I would vote.

(Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia)

http://www.theguardian.com/business/2015/jun/29/joseph-stiglitz-how-i-would-vote-in-the-greek-referendum

Per l’odio potrei farcela da solo

3 maggio 2015 2 commenti

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E mi perdo nelle letture delle analisi del giorno dopo. Frustrato per non esserci stato, frustrato per il mio isolamento politico, frustato per tutto quello che so di non aver capito. Poche le parole sensate. Tantissime, troppe, le parole di odio. Amplificate da giornali e telegiornali, intensificate da facebook. Non c’è da sorprendersi. Non è certo la prima volta che succede. Al contrario, ho l’impressione che ogni volta si ripeta sempre lo stesso copione.

Uno degli elementi costanti è il personaggio mediatico da insultare, il catalizzatore ufficiale dell’odio. Qualche anno fa, in seguito ad una manifestazione a Roma, questo ruolo fu di “er pelliccia” (ve lo ricordate?). Quest’anno in occasione dell’Expo, abbiamo il giovane della provincia milanese con la sua intervista sgrammaticata. Parte l’insulto libero. Segue intervista al padre e prevedibili scuse pubbliche. Evidentemente il ragazzo non eccelle per proprietà di linguaggio, eppure dice qualcosa a chi sa ascoltare. Parla di una rabbia che non ha oggettivamente altro modo di sfogarsi. Cosa vi aspettavate? Una conferenza colta sull’argomento? Se è questo che cercate per placare la vostra ansia di insulto, leggetevi le riflessioni di Franco Berardi e sarete soddisfatti. (Gli stessi concetti li aveva espressi a modo suo una nostra amica black bloc.)

Per molti, una vetrina rotta, un’auto in fiamme o una banca in fumo, sono attacchi gravissimi a un sistema di valori su cui, evidentemente, hanno fondato la loro stessa esistenza. Mi chiedo se abbia senso perder tempo e salute a parlare con queste persone. Eppure sono parte del nostro mondo, e in un modo o nell’altro bisogna confrontarsi anche loro.

Per molti, molti di più, nonostante tutto, eventi come l’Expo sono ancora motivo di eccitazione e malcelato orgoglio nazionale. Conducono Paolo Bonolis e Antonella Clerici. Questo mi fa capire quanta strada ancora dobbiamo percorrere.

Per alcuni, ma sono questi che più mi preoccupano, i famigerati black bloc sono l’essenza stessa del male. Sono i cattivoni che ti rovinano le manifestazioni che hai così faticosamente e democraticamente organizzato. Manifestazioni che purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi esprimono la più totale irrilevanza politica, e che nella migliore delle ipotesi favoriscono la carriera politica di qualche Pisapia. Certamente, anche rompere una vetrina è irrilevante. Anche indulgere nello scontro con la polizia è irrilevante, ma da che pulpito di irrilevanza vengono le vostre prediche?

Renzi: “Teppisti figli di papà”

2 maggio 2015 Lascia un commento

397055_2584118519133_1139603291_32309327_506760810_nPer farsi un’idea delle cose, ognuno proietta sé stesso nel racconto degli eventi. Il Renzi teppistello figlio di papà, quando descrive i ragazzi che fanno casino a Milano, vede sé stesso. Ed il bello è che ha pure ragione! Infatti la prova di forza a cui ha costretto il Parlamento, ponendo la fiducia sulla legge elettorale, produce una vera devastazione istituzionale. Altro che qualche auto bruciata!

Ciò che invece è successo è un normale scoppio d’ira di ragazze e ragazzi frustrati dall’ennesimo magna magna di una “grande opera”. Frustrazione acuita dalla scelta del giorno dell’inaugurazione dell’evento. Non ditemi che solo il governo non sapeva cos’era il MayDay. Uno scoppio d’ira fomentato da disoccupazione, taglio dei diritti, riduzione dei servizi sociali ed ogni genere di sfruttamento e, parallelamente, riforme che tutelano corrotti e potenti, aumento delle spese militari, crescita dell’ingiustizia sociale ed impunità per i poliziotti rei di gravi reati.

Noi preferiamo le azioni coordinate e pianificate, all’interno di strategie più ampie, ma non possiamo far finta di non vedere che questi scoppi d’ira accomunano i giovani di tutto il mondo, dalla Corea alla Turchia, dall’Europa agli Stati Uniti, perché sono comuni le cause delle nostre frustrazioni.

Smaterializzazione

7 aprile 2015 Lascia un commento

“Questo modello economico ha anche mutato molti di noi come individui, costringendoci ad accellerare, privandoci delle radici e smaterializzandoci proprio come ha fatto col caitale finanziario”.

Naomi Klein

Germanwings

27 marzo 2015 Lascia un commento

Dall’11 settembre 2001 siamo, nostro malgrado, in guerra. La legge marziale limita la nostra libertà di espressione e di movimento, ci induce a diffidare del prossimo, del vicino di casa che conosciamo da anni come dello sconosciuto che incontriamo al supermercato. Entrambi potrebbero essere pericolosi terroristi. Ci spinge a chiuderci nelle nostre case, a fare il nostro lavoro a testa bassa senza troppe domande. Non ci fidiamo più di nessuno, neanche di noi stessi. Gli unici che sono autorizzati ad avere la nostra fiducia sono le persone in divisa, i tutori dell’ordine. Garantire la nostra sicurezza è il loro lavoro.

Gli aeroporti e gli aerei sono il simbolo di questo stato di polizia. Obbiettivo degli attentati del 2001, sono diventati il laboratorio di controllo sociale per eccellenza, luoghi dove video-sorveglianza e controlli corporali sono ormai una noiosa routine. Assistere alla solita scena di una persona anziana che viene costretta a levarsi le scarpe per entrare in un body scanner, o di una genitore che deve dimostrare che nel biberon c’è latte e non un’arma biologica, ci dà un’idea di come ci siamo ridotti. Nessuno si fida più di nessuno.

Fa eccezione ovviamente il personale in divisa. Polizia, addetti alla perquisizione, hostess, steward e piloti, devono godere della nostra totale ed incondizionata fiducia. Questa è la conditio sine qua non affinché il sistema di controllo funzioni. Così succede che dopo l’11 settembre la porta che dà accesso alla cabina del pilota viene dotata di un tanto sofisticato quanto stupido sistema di sicurezza, suppongo per mettere il pilota al riparo dai pericolosi terroristi che si nascondono trai passeggeri (evidentemente non sono bastati i controlli di ogni tipo già effettuati all’imbarco!).

Tre giorni fa un pilota ha deciso (per motivi che non ci interessano, perché l’abbia fatto non cambia la sostanza del fatto) di far schiantare su una montagna l’aereo con il suo carico di 150 anime. Pare che abbia potuto farlo indisturbato proprio grazie al sistema di chiusura della porta introdotto per contrastare la “guerra al terrore”. Un sistema di sicurezza stupido perché non tiene conto della complessità del mondo, degli imprevisti, perché non è abbastanza elastico da accomodarsi alle diverse circostanze che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza di un volo di linea. Un apparato di sicurezza fondato sul dogma secondo il quale c’è da fidarsi solo degli uomini in divisa, degli addetti ai lavori, del personale addestrato e pagato per fare quel lavoro.

Chissà se questo clamoroso fallimento dell’apparato securitario ci spingerà a rivedere la concezione distorta di sicurezza che ha avuto tanto successo dopo il 2001. La sicurezza di un sistema sociale complesso non può basarsi sull’alienazione degli individui, messi gli uni contro gli altri dalla paura e uniti solo nella passiva accettazione dell’autorità. Una vera e duratura sicurezza può nascere solo dalla solidarietà, dall’empatia tra gli individui, dal sapere che in un modo o nell’altro siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo aiutarci per andare avanti.

Il Presidente della nazione

3 febbraio 2015 Lascia un commento

Quirinale: Mattarella giurerà martedì alle 10Il discorso del nuovo Mattarella nazionale non ci è dispiaciuto particolarmente, con i numerosi riferimenti alla Costituzione. Su un punto però, coronato da scrosci di applausi di TUTTA l’aula, il Presidente ha cacato alla grande. Ricordando il piccolo Stefano Taché, ucciso nel 1982 in un attacco terroristico alla Sinagoga di Roma, Mattarella ha detto “un nostro bambino” ed ha aggiunto “un bambino italiano”.
Ma cazzo, Presidente! Ma nemmeno i bambini sono tutti uguali? C’era bisogno della volgarità dell’aggettivo possessivo e dell’accento sciovinista sulla nazionalità del bambino morto? Ma vaffanculo! E che schifo!

(E mo denunciateci per vilipendio)