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Stiamo solo andando a votare

antonio_la_trippaLo stato delle cose è brillantemente descritto in un passaggio di una lettera di un vecchio compagno: “Parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà, universalità, mentre gli operai e tutti i lavoratori vengono affamati, spogliati, condotti alla rovina e all’esaurimento non solo dalla schiavitù salariata capitalistica, ma anche da quattro anni […] di rapina, mentre i capitalisti e gli speculatori continuano a detenere la “proprietà” estorta e l’apparato “già pronto” del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati. Significa rompere bruscamente con le verità fondamentali del marxismo, il quale ha detto agli operai: voi dovete utilizzare la democrazia borghese come un immenso progresso storico rispetto al feudalesimo, ma non dovete nemmeno per un istante dimenticare il carattere borghese di questa “democrazia”, la sua natura storicamente condizionata e limitata, non dovere condividere la “fede superstiziosa” nello “Stato”, non dovere scordare che lo Stato, persino nella repubblica più democratica, e non soltanto in regime monarchico, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su di un’altra classe.
La borghesia è costretta a fare l’ipocrita e a chiamare “potere di tutto il popolo” o democrazia in generale o democrazia pura la repubblica democratica (borghese), che è di fatto la dittatura della borghesia, la dittatura degli sfruttatori sulle masse lavoratrici.”
Ecco la nostra brutta situazione. Peccato che queste parole siano state scritte nel 1918 dal compagno Lenin

In questa realtà ci sono due modi di fare politica: il primo è far parte del sistema istituzionale, spesso con tutti gli enormi benefici personali che ciò comporta. Il secondo è fare Politica al di fuori del sistema democratico descritto da Lenin. Sorprendentemente i due modi non sono necessariamente in contrasto. Attenzione, andare a votare, fa parte del primo modo di fare politica. Questo deve essere chiaro. E che sia chiaro anche che votare non vuol MAI dire cambiare le cose. Quindi l’atto del votare deve essere spogliato da tutta l’enfasi e la falsa potenza che la retorica di questa democrazia gli attribuisce. Stiamo solo andando a votare. Cioè a comporre la ripartizione parlamentare tra partiti ben allineati, tutt’altro che rappresentativi. In più, votare significa, determinare la percentuale di fondi pubblici che ogni partito riceverà. Questo, in certe condizioni, è la cosa più importante, che può rendere necessarie scelte pragmatiche apparentemente impossibili.
In un articolo di Limes si legge: “Nicholas – 35 anni, ricercatore all’estero – si definisce un anarchico sociale (greco). Voterà per Syriza, la coalizione di partiti alla sinistra del Pasok. Una mezza eresia per un anarchico, giustificata dalla gravità del momento. Come lui, spiega, «faranno moltissimi altri compagni». Dire no all’austerity made in Berlin è la prima necessità. La seconda, contenere la marcia dei neonazisti di Alba dorata. «Se arrivano in parlamento hanno diritto ai rimborsi elettorali. Quei soldi li investirebbero anche per comprare delle armi da usare contro di noi.”
Non votare è sempre una scelta rispettabile, ma è funzionale al sistema. In più, a volte può significare aumentare la forza economica dei nostri nemici più pericolosi.
Poi è del tutto evidente che il fare Politica è tutta un’altra cosa: organizzarsi, studiare, lavorare, lottare, occupare, autogestire, resistere. Col sogno che un giorno maturino le condizioni per insorgere e cambiare davvero le cose.

 

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