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Confessioni di una Black Bloc

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Come ti chiami?

Tu chiamami Erika, ma il mio vero nome non te lo dico. Sono una come tanti. La tv ci chiama black bloc. Attacchiamo fisicamente la ricchezza dei porci.

In che senso? Bruci le auto? Rompi le vetrine delle banche?

Ho partecipato a cortei e manifestazioni. Ho spaccato vetrine e incendiato auto. Ho partecipato a scontri. Ho attaccato e mi sono difesa.

Perché hai scelto questa modalità di stare in piazza?

Non è che lo scelta io. Non c’è scelta. Non ho mai avuto scelta. Che altra opzione c’è? C’è forse una forza politica che abbia l’autorevolezza di guidare chi come me ha fame di rivoluzione? Te lo dico io, non c’è, non ce n’è traccia. Per cui non abbiamo scelta, dobbiamo accontentarci della rivolta. E facciamo da soli, senza lezione. E non è che non ci divertiamo a farlo.

Cosa ne pensi di chi vi considera alla stregua di fascisti, o di infiltrati della polizia?

Non pretendo che a tutti i compagni piaccia ciò che noi facciamo. Ma mi guardo bene da chi ha la denuncia facile. Quello che è successo in passato, intendo le delazioni a mezzo stampa, quello è stato uno schifo. Quelli sono i veri fascisti, non noi. Poi, per quanto riguarda i veri compagni che non condividono le nostre modalità, non devono venire a dirci che rompere le vetrine di una banca è inutile quando non hanno nessuno idea di cosa è utile. Che cosa è utile alla rivoluzione? Ditecelo voi che la sapete tanto lunga.

Tu cosa credi sia utile alla “rivoluzione”?

Io credo che dobbiamo guardare a quello che fanno in Val di Susa. Io lì non ci sono mai stata, ma credo sia un punto di riferimento, l’unico al momento. Lì la gente fa le cose insieme. Non vuol dire che la pensino tutti uguale, ma hanno messo da parte i loro piccoli interessi per combattere una battaglia più grande. Hanno messo insieme modalità di lotta diverse, le hanno incastrate come i pezzi del lego, e si tengono insieme benissimo. Non c’è un partito o che so io che detta la linea. Questo non è possibile, soprattutto adesso, perché nessuno c’ha la credibilità per farlo. Hanno creato armonia nel caos, che funziona molto meglio della finta unione di gente che si fa i cazzi suoi.

Pensi che sia possibile replicare il modello della Val di Susa?

Non lo so. Però forse può servire da esempio. Lo Stato ha fallito, ci dà solo povertà, precarietà, debito, carcere, mafia. Ormai è solo un gran comitato di affari. Come nel caso del TAV, non si fa perché serve, ma perché svendendo la valle i grandi industriali avranno un botto di soldi. Guardo quello che succede attorno a noi. La gente in Europa e nel mediterraneo si sta incazzando, c’è aria di rivolta. Ma i padroni stanno reagendo. Dobbiamo evolvere per non essere schiacciati. I vari gruppi e gruppetti politici, anche i singoli, devono smettere di curare solo il proprio orticello e prendersi cura della Valle. La Valle con la V maiuscola per me sono i lavoratori, i precari, i poveri, gli immigrati, i dannati della terra. Però la cosa funziona se si è svegli. Bisogna essere concreti, capire le strategie da seguire, cambiarle spesso, mischiare le acque per raggiungere il proprio scopo. Bisogna pure avere coraggio, cazzo, bisogna gettare il cuore al di là della vetrina rotta. Cavalcare la tigre. Ma allo stesso tempo far passare un messaggio forte, universale, il messaggio della Valle.

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  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. 3 maggio 2015 alle 15:47

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