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Il ricercatore all’estero

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C’è un meccanismo, non so se è mediatico, antropologico o sociologico, per cui alle persone vere, in carne e ossa, cervello e interiora, si sovrappongono, oscurandole, le figure sfocate di personaggi in cerca d’autore.

Uno dei personaggi che mi dà particolarmente l’orticaria è il “ricercatore all’estero”, anche noto come “cervello in fuga”. La sua storia è ben nota. E’ quello che non fa altro che lamentarsi del fatto che lui/lei, iper-formato, con tre dottorati, super-meritevole, un vero e proprio genio, sia stato costretto a emigrare, ovviamente per colpa della ka$ta di turno, nella fattispecie quella dei baroni universitari. E così è partito, con l’ipad nella valigia di cartone, e chissà se mai potrà ritornare in patria, e quante lacrime gli costa st’america.

A questo personaggio ne vorrei contrapporre un altro, quello mitologico di Giasone.

Giasone era uno blasonato, discendente del dio Eolo, un vero eroe greco, altro che meritocrazia. La sua storia è più o meno questa. Suo zio Pelia, un tipico esponente della ka$ta, gli aveva fatto fuori i genitori truccando un concorso pubblico e si era impossessato del trono di Iolco. Il piccolo Giasone era sfuggito al massacro ed era stato cresciuto e istruito da un sapiente centauro. Dopo avere conseguito il dottorato di ricerca andò dallo zio a chiedere il trono che gli spettava di diritto. Non prima di avergli fatto fare una lunga anticamera, lo zio finì per offrirgli un co.co.co. semestrale. Un progetto che egli già sapeva essere senza sbocchi, né occupazionali né scientifici. Si trattava di andare oltre oceano, nella Colchide (uno stato del midwest), in cerca del mitologico vello d’oro, che pare avesse poteri magici simili a quelli di una pubblicazione su Nature. Ovviamente lo zio era sicuro del fallimento di Giasone. E ci rimase di stucco quando Giasone tornò a Iolco con in mano la lettera di accettazione dell’articolo su Nature, pronto ad essere preso per chiamata diretta in base alla legge sul rientro dei cervelli. A quel punto lo zio barone dovette rimangiarsi la parola: “caro Giasone, devi capire — gli disse — che è una questione di turnazioni… ci sono altri prima di te che da anni aspettano il posto… insomma, mi dispiace ma il massimo che ti posso offire è un assegno di ricerca annuale rinnovabile per un altro anno.”

La storia completa la racconta Pier Paolo Pasolini nel film Medea. Ecco cosa, secondo Pasolini, Giasone rispose a Pelia:

Bene, ho capito. Cedo, ecco qua, tieniti il tuo vello, simbolo della perennità del potere e dell’ordine. La mia impresa mi è servita almeno a capire che il mondo è più grande del tuo regno. E poi, se vuoi che ti dica quello che secondo me è la verità, questa pelle di caprone lontana dal suo paese non ha più alcun significato.

A me questa risposta ha fatto venire la pelle d’oca.

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