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Riflessioni su decrescita e rivoluzioni

481887_412793195458820_1227334691_nCrescere, crescere, crescere! Questo il dogma del Mercato. Ce lo ripetono tutti in coro, tutti i giorni, da anni. Ce l’hanno infilato così bene nel cervello che il discorso sul PIL di Bob Kennedy, risalente al 1968, ci sembra ancora oggi rivoluzionario. Più di recente alcuni sostengono che non si può più crescere, che si sono raggiunti e superati i limiti fisici del pianeta terra e che è arrivato il tempo di decrescere. Ma cos’è la decrescita? E’ di destra o di sinistra? Come sostiene Latouche, che il termine l’ha inventato, decrescita è un brand. Uno slogan di discreto successo che di per sé vuol dire quasi nulla e può essere adatto alle più svariate occasioni.

In origine decrescere significa uscire dalla società consumista. Spezzare le catene dei bisogni indotti dalla pubblicità ed orientare gli stili di vita verso un equilibrio tra umanità e natura. Eppure ci sono svariati modi uscire dal consumismo, modi di destra e modi di sinistra. In una pessima interpretazione destrorsa decrescita vorrebbe dire che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. Che la spesa per i servizi pubblici, scuola, sanità, trasporti, deve essere tagliata, perché “non ce lo possiamo permettere”. Decrescita diventa, per l’appunto, il brand sotto cui si vuole smantellare il welfare, per ridurre l’interferenza dello Stato nella vita dei cittadini e lasciare tutto nella mano invisibile del Mercato. Poco importa che solo chi se lo può permettere di tasca propria abbia accesso all’istruzione e alle cure mediche.

Nel secondo dopoguerra, in Europa si è istituita una economia sociale di mercato. L’idea era (e tutto sommato è): consumare di più, per produrre di più, per creare più lavoro, per guadagnare il salario per consumare nuovamente. Lavora, produci, consuma, crepa. Banalmente: far crescere il PIL. In ognuno di questi passaggi lo Stato incassa varie tasse con cui paga il welfare. Crescere, in quest’ottica, voleva anche dire aumentare il numero di persone incluse in questo sistema, ridistribuire la ricchezza. Peccato che in pochi abbiano voluto vedere l’inquinamento, il depauperamento delle risorse non rinnovabili, l’abbassamento della qualità della vita, oltre alle cicliche crisi endemiche al sistema capitalistico.

Questo è stato il contesto nel quale le dure lotte e i sacrifici dei lavoratori hanno permesso il relativo benessere (di parte) della classe lavoratrice, specialmente nel Nord del mondo, la scuola e la sanità pubblica, che il figlio dell’operaio diventasse dottore. I padroni dei mezzi di produzione hanno tenuto per sé ed accumulato i frutti della maggior parte del lavoro degli operai. I lavoratori hanno accettato la schiavitù del lavoro salariato, nella moderna forma che chiamiamo Capitalismo, in cambio di godere della loro piccola parte. Il centro-sinistra, a partire dal Partito Comunista, è stato l’espressione politica di questo compromesso. Si è rinunciato alla rivoluzione proletaria e si è accettato il Capitalismo. La resa non è stata incondizionata. In cambio si sono avuti i diritti, che abbiamo dato per scontati e che adesso uno alla volta ci vengono tolti. Il problema dei diritti è che o sono per tutti oppure non funzionano, si trasformano velocemente in privilegi.

Oggi la resa è incondizionata, chi vive del proprio lavoro sta perdendo su tutti i fronti. Gli altri vivono di rendita, ovvero del lavoro altrui, e sono pochi e saranno sempre di meno, sempre più in alto. Eppure tutta la società si regge sulla schiena di chi lavora, di chi è costretto a lavorare per vivere. I contratti che sanciscono la proprietà di questo o quel pezzo di terra, dei macchinari di una fabbrica come di un software o di un gene modificato, non sono altro che pezzi di carta. Pezzi di carta che vengono rispettati solo per paura, perché chi non lo fa finisce dietro le sbarre o peggio.

Chi si suda il pane sa bene che le cose stanno così. Più la situazione peggiora e più sopportare sarà impossibile. A un certo punto la rabbia dovrà esplodere in qualche forma. Oppure ci sarà un nuovo compromesso. Chi può dirlo? Per un po’ si potrebbe trovare un punto di equilibrio, più o meno favorevole del precedente. Per fare un compromesso tra le classi sociali, tra chi lavora e chi possiede, c’è bisogno di un intermediario, di una forza politica che sappia interpretare la rabbia e canalizzarla in un modo o in un altro. Questo oggi manca. Il disgraziato erede del Partito Comunista, il PD, non ha più la faccia per farlo. Altri si sono presentati, Berlusconi, la Lega Nord, e hanno raccolto consensi sulle macerie del muro di Berlino, promettendo altre rivoluzioni, la “rivoluzione liberale”, la “secessione”. Ecco che creatosi un vuoto c’è chi si fa avanti per riempirlo. Sappiamo com’è andata a finire, avevano niente di rivoluzionario e tanto di reazionario, corruzione, razzismo e paura. Eppure un compromesso c’è stato, per quasi 20 anni c’è stato un equilibrio, un odioso equilibrio, che ha tenuto l’Italia a galla, che ha tenuto a bada la rabbia, che ha fatto accettare “riforme” inaccettabili. E’ stata la nostra resa incondizionata. Oggi il vuoto si è creato di nuovo e altri si propongono. Da una parte c’è Vendola che dichiara apertamente di voler rifondare il centro-sinistra, dall’altra il Movimento 5 Stelle e i sostenitori di Ingroia che aumentano i consensi con il marketing della rivoluzione. Ecco di nuovo la parola rivoluzione. Ma si tratta davvero di rivoluzione o rivoluzione è la parola che nasconde un nuovo compromesso? E se sì di che tipo?

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