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Gli aggettivi della democrazia

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Alla parola democrazia va assai di moda aggiungere un aggettivo. C’è la democrazia reale, la democrazia partecipata o partecipativa, la democrazia diretta, la democrazia digitale, la democrazia 2.0. C’è una democrazia che pare avere dei problemi di legittimazione, quella seguita dall’aggettivo “rappresentativa“.

Ma che cos’è questa democrazia? Qual è la differenza con altre forme di governo?

Thomas Hobbes, nel XVII secolo — con il linguaggio e i limiti della sua cultura e del suo tempo — ci dice qualcosa di molto interessante sul potere e le sue forme. Hobbes è spietato, guarda in faccia le cose per quello che sono. Sembra essere affascinato dal potere, che descrive come qualcosa di necessario e inevitabile, pena la guerra di tutti contro tutti. Su questo non riesco proprio a essere daccordo — tuttavia credo che l’analisi del potere, e non la sua giustificazione, sia illuminante. Le sue parole non vanno prese per oro colato: per essere utili oggi dobbiamo leggerle usando le lenti del nostro tempo, senza dimenticare che sono pur sempre passati 4 secoli.

Da “Il Leviatano” (qui il testo completo in inglese, in italiano è stato pubblicato da Editori Riuniti) (il corsivo è mio):

L’unico modo in cui gli uomini possono erigere un potere comune […] è quello di conferire tutto il loro potere e la loro forza ad un uomo o ad un’assemblea di uomini, che, a maggioranza di voti, possano ridurre tutte le loro volontà ad una volontà unica. […] Questo è più del consenso o della concordia: si tratta di una unità reale di tutti loro in una sola e identica persona, costituita mediante il patto di ogni individuo con ciascuno degli altri; come se ognuno di essi avesse detto all’altro: io autorizzo, e cedo il mio diritto di governarmi a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a condizione che tu ceda a lui il tuo diritto, e autorizzi allo stesso modo tutte le sue azioni. Ciò fatto, la moltitudine così unita in un’unica persona è detta Stato, in latino civitas. […] Infatti per questa autorità, che gli è stata data da ogni singolo uomo dello Stato, gli è conferito l’uso di tanto potere e di tanta forza, da essere in grado, con il terrore da essi suscitato, di conformare le volontà di tutti alla pace interna e all’aiuto reciproco contro i nemici esterni. […] E chi sostiene questa persona è detto sovrano; e si dice che detiene il potere sovrano. Tutti gli altri sono i suoi sudditi.

Il potere è potere in quanto tale, anche se può presentarsi sotto diverse forme. Il potere c’è chi lo ama, chi lo ammira, chi lo desidera per sé, chi lo tollera, chi lo detesta, chi lo odia e chi lo combatte.

La differenza tra gli Stati consiste nella differenza del sovrano, o persona che rappresenta tutta la moltitudine e ciascun membro di essa. E poiché la sovranità può essere in un solo uomo, o in un’assemblea di più uomini; e all’assemblea possono aver diritto di accesso tutti, oppure non tutti ma solo determinati uomini, distinti dagli altri, è chiaro che vi possono essere solo tre specie di Stato. Il rappresentante infatti deve necessariamente essere un solo uomo, o più uomini; e se si compone di più uomini, allora può essere l’assemblea di tutti, o quella di una parte soltanto. Quando il rappresentante è un solo uomo, lo Stato è una monarchia; quando è un’assemblea di tutti gli uomini, allora di parla di democrazia, o Stato popolare; quando è di una parte soltanto, è detto aristocrazia. Non vi possono essere altre specie di Stato, perché il potere sovrano (che ho mostrato essere indivisibile) deve essere integralmente detenuto da un solo uomo, o da più uomini, o da tutti.

La tirannia e l’oligarchia (e aggiungo anche la partitocrazia) non indicano altre forme — cattive — di governo, ma solo un nome dispregiativo per le stesse.

Nei libri di storia e di politica si trovano poi altri nomi di governo, come tirannide e oligarchia: tuttavia non si tratta dei nomi di altre forme di governo, ma di quelli attribuiti alle forme già viste, quando dispiacciono. Infatti chi è scontento della monarchia la chiama tirannide; chi è dispiaciuto dell’aristocrazia la chiama oligarchia; e chi si sente afflitto dalla democrazia la chiama anarchia (che significa mancanza di governo); ma penso che nessuno possa credere che la mancanza di governo sia una nuova specie di governo; né, per la stessa ragione, si deve credere che il governo sia di una specie quando lo si apprezza, e di un’altra quando non lo si apprezza o si è oppressi dai governanti.

La democrazia è quindi solo un modo di strutturare il potere. E dove c’è un potere, c’è chi lo subisce. Variano le condizioni sotto le quali le persone accettanoo si rassegnano — a sottostare a questo potere. Per un periodo di tempo una buona fetta della popolazione di alcuni paesi ha accettato l’idea di rappresentanza democraticamente eletta. Oggi, visti i risultati, questa idea è in evidente crisi.

Da qui nasce l’esigenza di aggiungere aggettivi alla parola democrazia. Purtroppo questa rielaborazione linguistica, fiore all’occhiello di poveri, sedicenti rivoluzionari, non sfiora il vero problema: il potere esercitato da alcuni esseri umani su altri esseri umani.

Molte delle cose che oggi non tolleriamo della democrazia rappresentativa non sono altro che caratteristiche del potere in quanto tale. Allora, piuttosto che cambiare l’aggettivo e sperare in forme di governo più democratiche, ha più senso affrontare il problema alla radice e mettere in discussione il potere, capire come esso si struttura e quali sono le sue fondamenta, per poterlo tirare giù una volta per tutte senza rischio che possa rialzarsi.

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  1. 13 gennaio 2013 alle 00:58
  2. 15 ottobre 2013 alle 02:14

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