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La parola rivoluzione

Le elezioni in Sicilia ci dicono qualcosa di importante su un processo in atto già da tempo in Italia e in tutta Europa. Testimoniano, con il 53% di astenuti, le trasformazioni del rapporto tra i cittadini e il governo. Ovvero tra le persone e il potere. A prima vista sembrerebbe che il distacco tra elettori ed elezioni sia dovuto all’immoralità della politica. Questo è vero, ma è la punta dell’iceberg. Sotto la superficie c’è la percezione ormai diffusa che le scelte vere non sono prese dagli organi politici elettivi — che sempre più spesso si limitano a ratificare decisioni prese altrove: nei consigli di amministrazione, nei distretti finanziari di città lontane, in incontri a porte chiuse di gruppi segreti e non. In breve, dal quel famoso 1% che ha la proprietà della stragrande parte delle risorse. Più concretamente, lo stesso dilagare della corruzione nella vita pubblica è una conseguenza dello spostamento dei centri di potere. Il ruolo marginale delle assemblee rappresentative non può che facilitare la corruzione delle stesse. Questo è tanto più vero quanto più lontani sono i veri luoghi del potere.

Quali che siano le motivazioni dell’astensione, essa non è che il sintomo dell’impotenza di fronte al potere. L’astensione viene spesso vista come l’espressione di un rifiuto o di una protesta. Purtroppo resta una forma di protesta del tutto formale, che non intacca la sostanza del meccanismo di ratifica del potere tramite rappresentanza. Il risultato, nel caso delle elezioni siciliane, è che il governatore della regione è stato eletto con una maggioranza relativa del 30% dei voti che corrisponde a poco più del 14% degli elettori. In altre parole, il risultato finale del sistema democratico rappresentativo è che meno di due persone su 10 decidono chi governa. Lo stesso vale per il Movimento 5 Stelle, amici sia di Beppe Grillo che della democrazia diretta, nel qual caso il 18% dei voti corrisponde a meno del 9% degli elettori. Lo stesso tipo di scenario si potrebbe presentare alle elezioni politiche dell’anno prossimo. Per assurdo, se pure andassero a votare 3 persone, 2 di queste sarebbero sufficienti a formare una maggioranza parlamentare e un governo legittimo. La protesta puramente formale dell’astensione non può nulla contro questo meccanismo di legittimazione del potere.

L’altro elemento paradossale è che negli anni più paludosi della storia della repubblica italiana si moltiplicano i partiti e i movimenti sedicenti “rivoluzionari”. Il marketing della rivoluzione — nelle sue varie declinazioni, da quella liberale a quella federalista fino a quella “di internet” — sembra essere l’ultimo specchietto per far votare le allodole. Quel che è vero è che, nonostante l’apparente rassegnazione dilagante, le cose cambiano continuamente, la società si evolve anche se non sembra, e si accumulano in silenzio quelle energie che presto o tardi dovranno in qualche modo generare un’esplosione. Ma è anche vero che di rivoluzioni colorate, botaniche, o stagionali, che sostituiscono un gruppo di potere con un altro, non senza lasciare una scia di morti e feriti dietro di sé, se ne può comodamente fare a meno. Se rivoluzione deve essere, che sia quella vera, che sancisca la fine del potere in qualunque forma, che sia la rivoluzione ultima del genere umano.

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