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Finanziamento privato e crisi dei partiti

Qualche settimana fa ha fatto scalpore la pubblicazione dei dati istat sulle dichiarazione dei redditi: metà degli italiani guadagna meno di 15.000 euro all’anno. Anche se è appurato che molti evasori dichiarano il falso, si parla comunque percentuali di povertà notevoli. Inoltre nei dati della banca d’Italia si legge che le dieci persone più ricche posseggono una quantità di beni pari a quelle dei tre milioni di persone più povere. Tra parentesi tra queste dieci persone ci sono i quattro fratelli Benetton ed i coniugi Bertelli-Prada. Quindi il campo si restringe subito a sei famiglie.
Quando si parla di finanziamento privato dei partiti (cioè eliminando il finanziamento pubblico) non si possono tralasciare questi dati.
Questa enorme massa di persone, che dovremmo definire proletari, fa salti mortali per arrivare a fine mese. Come si può pensare che rinuncino anche solo ad un caffè per donare pochi spiccioli ad un’organizzazione lontana come un partito?
Parallelamente, come si può pensare che poche persone o famiglie, detentrici di fette rilevanti della ricchezza nazionale, non finanzino solo i partiti che difendono tali ricchezze o privilegi?
Negli Stati Uniti il finanziamento dei partiti è esclusivamente privato. Le grandi aziende americane spendono più in lobbing che in tasse, influenzando tutta la politica. Ciò fa scrivere a Chomsky in illusioni necessarie che il sistema americano è a partito unico, repubblicani e democratici sono solo due correnti.

La nostra idea è che il fallimento dei partiti personali sia derivato da una crisi strutturale delle politiche neoliberali. L’attacco al finanziamento pubblico è segretamente portato avanti da poteri forti che ne trarrebbero vantaggio. La crisi della politica può risolversi col ritorno dei partiti strutturati, che facciano ricerca, formazione e cultura, assumendo personale, istituendo borse di studio e finanziando dottorati di ricerca, investendo e ridistribuendo i finanziamenti nella società civile.

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