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Una libbra di carne

Nel medioevo per i cristiani prestar soldi a strozzo era peccato mortale. Per questo motivo questa delicata funzione commerciale era svolta dagli ebrei che a riguardo non avevano vincoli di carattere religioso. Infatti banca viene da banco: le tavolate del ghetto ebraico di Venezia dove gli ebrei esercitavano il mestiere di usurai.

Secondo il Ministero dell’Interno, l’usura si definisce formalmente quando il tasso di interesse è superiore ad un certo valore medio, calcolato in base ad una formula. D’altra parte, stiamo constatando sulla nostra pelle come non ci sia limite alla crescita del tasso di interesse quando esso viene determinato dalle dinamiche del cosiddetto libero mercato. In realtà, oggi come in passato, è la legittimazione politica dell’usuraio a fare la differenza.

Arriviamo quindi ai giorni nostri, e parliamo di debito pubblico. La situazione in cui siamo è simile a quella in cui si trova la vittima dell’usura. Gli Stati nazionali sono nella condizione di chiedere soldi in prestito. Le modalità sono due: o tramite emissione diretta di buoni del tesoro, o facendo emettere a banche private dei bond garantiti dallo Stato. In entrambi i casi per vendere queste cose banche e promotori finanziari prendono una ghiotta commissione, racchiusa nel tasso di interesse che lo Stato deve pagare sul prestito. Questi titoli sono oggetto di compravendita sul mercato, definito libero, ma l’aggettivo opaco corrisponde meglio alla realtà.

In più esistono una miriade di prodotti finanziari (derivati), costruiti dalle stesse banche che erogano i prestiti, le cui cedole si basano sull’andamento del mercato dei titoli di debito pubblico. I più famosi sono i credit default swap; una sorta di titoli assicurativi (di cui esiste un mercato ancora più opaco) che scommettono sull’insolvenza di chi ha contratto il debito.

Infine le agenzie di rating (che sono società private) vengono pagate dagli stessi Stati per avere un valutazione della propria affidabilità come debitori, contribuendo a determinare il tasso di interesse applicato.

Avere un grosso debito pubblico vuol dire sottostare alle angherie dei mercati di questi titoli vari, gestiti e pilotati dalle stesse banche promotrici dei titoli. E questo sarebbe il libero mercato?

I Governi, allineati al pensiero unico, si giustificano dicendo di non avere alternative alla svendita del patrimonio statale, al taglio dei servizi pubblici, alla cancellazione dei diritti acquisiti, fino a mettere in discussione la sovranità nazionale e la democrazia.

Sulla pagina web del Ministero dell’Interno si legge:
“L’usura è un male antico che da sempre accompagna la storia dell’uomo. In pratica, consiste nello sfruttare il bisogno di denaro di un altro individuo per procacciarsi un forte guadagno illecito. Alla base di un rapporto usuraio c’è, da una parte, la necessità di denaro e, dall’altra, un’offerta che può apparire come un’immediata possibile soluzione per chi si trova in difficoltà. […] In realtà, ciò che pesa in modo decisivo sul rapporto fra usurato e usuraio è la convinzione della vittima di non avere comunque alternative alla propria situazione: solo l’usuraio, al momento del bisogno, lo ha aiutato; e anche se man mano gli toglie il patrimonio e la serenità, l’usuraio può, comunque, dargli ancora qualcosa. Magari ulteriore denaro, in cambio dell’ennesimo assegno che nessun altro più accetta. Si innesca così una spirale perversa che soltanto la vittima può spezzare, denunciando l’usuraio. In questo modo l’usurato riacquista la propria indipendenza. E ricomincia a vivere. […]”

Per uscire dalla morsa dell’usuraio bisogna in primis liberarsi dal meccanismo di sudditanza psicologica, ovvero capire che l’usura è il problema e non la soluzione. Poi bisogna decidere di non pagare. Ma come tutti sanno, un usuraio che si rispetti, quando non viene pagato, spara nelle gambe del malcapitato. Per evitarlo bisogna agire prima che parta la sua rappresaglia: denunciando alle autorità come suggerisce il sito del Ministero, ovvero organizzandosi e raccogliendo delle forze abbastanza grandi da annientare quella del cravattaio.

Come si esce dal circolo vizioso del debito pubblico?

Il primo passo quindi è emanciparsi dalla sudditanza psicologica, capire che dietro i mercati c’è una associazione a delinquere che ha vita facile grazie alla diffusa assuefazione al pensiero unico del libero mercato.

Il secondo passo è decidere di non pagare (“noi la crisi non la paghiamo”).

E’ a questo punto che bisogna contrapporre una forza ben organizzata ed annientare la prepotenza dei banchieri cravattai a cui la misera politica partitica tutto consente (“noi la crisi ve la creiamo”).

Ma chi ha la forza necessaria?

Oggi l’unica speranza è che la possa avere il nuovo Quarto Stato formato dalla classe dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e delle precarie, dei migranti impegnati quotidianamente in pratiche di resistenza attiva.

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