Home > Società > 15 ottobre: toma la calle

15 ottobre: toma la calle

Gli appelli alla mobilitazione.

Il 15 maggio scorso sono scesi nelle piazze, e le hanno occupate, a Madrid prima, in altre città spagnole poi. Seguendo l’esempio di piazza Tahrir, hanno annunciato la “rivoluzione spagnola”, si sono organizzati in assemblee, gruppi di lavoro, sono il Movimento 15-M, noti anche come indignados.

Dalle varie realtà che compongono questo movimento sembra essere emersa la piattaforma Democracia real Ya, con un manifesto ed una serie di proposte di riforme per la politica spagnola: stato sociale, servizi pubblici, reddito di base, privilegi dei politici, strapotere delle lobby finanziare, denuncia dello svuotamento della rappresentanza politica – in particolar modo dovuta al sistema maggioritario – bipolare, ritorno al sistema proporzionale, etc..

Poco dopo ci sono stati degli episodi di emulazione anche in Italia, su cui si possono avere dei ragionevoli dubbi: professionisti-di-un-anonimo-movimentismo-virtuale e spontaneamente-libere-da-ogni-strumentalizzazione

Da questa piattaforma è partito un appello alla mobilitazione per il 15 ottobre: “It is time to raise our voice. Our future is at stake, and nothing can hold back the power of millions of people when they unite for a common goal”. La parola d’ordine che unisce i vari movimenti che aderiscono a Democrazia real Ya è “We are not goods in the hands of politicians and bankers”. Da un lato milioni di cittadini di tutto il mondo, lavoratrici e lavoratori, dall’altro il potere finanziario, i leader e i partiti politici, ma anche le classi dominanti: “Pressured by financial powers, our political leaders work for the benefit of just a few, regardless of the social, human or environmental cost this may cause. By promoting wars for profit and impoverishing whole populations, our ruling classes are depriving us of our right to a free and just society.” Saremo in tanti, e non potranno non ascoltare la nostra voce “It’s time for them to listen to us. United we will make our voices heard!”.

In seguito è stato diffuso un comunicato in cui si presenta il comitato nazionale italiano: Coordinamento-15-ottobre-comunicato Verso-15-ottobre-Nasce-il-Coordinamento. Una manifestazione è stata indetta Roma, 15 ottobre. Per aggiornamenti, GlobalProject.

Ma che significa democrazia reale? Vuol dire comunismo o una diversa legge elettorale?

La cosa che non ci convince è il richiamo alla democrazia reale: “Gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri, chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”. Che significa “democrazia reale ora”? Non pretendiamo che lo spieghi qualcuno, ma discutere un po’ su questo concetto sarebbe una buona idea.

Di base c’è l’insoddisfazione per il sistema della democrazia rappresentativa, un sentimento molto diffuso, che si concretizza o in una richiesta di ritorno al sistema elettorale proporzionale, o genera una critica più radicale al sistema parlamentare, o con la mera anti-politica, o un miscuglio delle tre. L’insoddisfazione per il sistema della democrazia rappresentativa può essere il terreno su cui si svolge tutto ciò che sfocia direttamente nell’antipolitica. Il ritorno al sistema elettorale proporzionale è una soluzione dubbia da vendere ai più sprovveduti (scusate la parentesi): sistema elettorale uninominale su base proporzionale (fino al 1993 ci abbiamo eletto il Senato). Dividono il territorio in collegi, ogni collegio elegge tot parlamentari in maniera proporzionale ai voti. Tutto apparentemente bello, ma in realtà non è detto che sia un sistema realmente proporzionale. Se il collegio eleggesse due soli parlamentari, verrebbero eletti i due parlamentari dei maggiori partiti, cioè maggioritario puro. È solo un esempio un po’ naif, ma ci fa rendere conto che esistono infinite manipolazioni. Altro esempio le preferenze; è vero, “decido io” chi votare, ma è comprovato che le preferenze favoriscono il voto di scambio.

Resta il problema politico di una convergenza al centro dei maggiori (e maggioritari) partiti di destra e di sinistra, dove convergere al centro vuol dire adesione incondizionata al pensiero unico del libero-mercato. Insomma, si può optare per un sistema elettorale o per un altro, ma questo non intacca le questioni di fondo.

Sul “ora” non ho dubbi, e concordo: il cambiamento lo vogliamo adesso e non in un non ben definito futuro. Quello che vorrei capire meglio è il concetto di “democrazia reale”. Democrazia reale, a me fa venire in mente la democrazia sostanziale, in contrapposizione alla democrazia formale (fatta di elezioni, parlamenti, etc.), quella che dovrebbe seguire la rivoluzione del proletariato, di pari passo e con il presupposto del superamento e abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e delle classi sociali. C’è anche una questione linguistica, e non so quanto le traduzioni dallo spagnolo all’italiano la abbiano tenuta in conto: non sono sicuro che “democrazia reale” sia uguale a “reale democrazia”. Se dico che voglio una “democrazia reale”, voglio qualcosa di radicalmente diverso dal sistema democratico (parlamentare) che abbiamo ora. Se invece dico di volere una “reale democrazia”, allora voglio che il sistema democratico attuale funzioni bene, in maniera migliore, in base a quella che è la sua vera natura e gli scopi per cui è nato. Non mi sembra una questione da poco, anche perché, se non sono chiari gli obbiettivi del movimento, difficilmente essi potranno essere realizzati. In questo sistema l’unica strada (stretta e tortuosa) verso una “reale democrazia ” è la partecipazione attiva e costante, ma sempre nell’ottica della rappresentanza. Altri sistemi sostanziali prevedono passi concettuali che ancora non si è disposti a fare (purtroppo). Un secondo punto solo sfiorato è che non c’è democrazia senza emancipazione economica. Il vice versa sembra molto chiaro a tutti, ma il fatto che si trascuri la relazione diretta per me è indice che i vari indignados siano inconsapevolmente abbastanza devoti al dio mercato.

Il comunicato procede poi con denunce molto chiare, inquadrando il ruolo fondamentale delle organizzazioni europee e internazionali, e il ruolo di mero esecutore riservato ai governi nazionali. “Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere”. Quest’ultimo passaggio è fondamentale, perché, dopo aver parlato di una visione di un Europa basata sulla democrazia reale, si parla di un Europa aperta al mondo, al mediterraneo, non più fortezza da espugnare. Solo unendo le nostre istanze a quelle che vengono dal nord africa e dagli altri paesi del mediterraneo potremmo vincere.

Indignarsi non basta. Ovvero, la rivoluzione senza soggetto rivoluzionario, e lo spirito di rivolta senza rivoluzione.

Un altro documento circola in rete. Forse per una questione linguistica, forse in italiano il significato non è lo stesso che in spagnolo, o forse perché l’anti-berlusconismo ci ha insegnato (non a tutti purtroppo) che l’indignazione è una passione triste, che a poco serve contro l’arroganza del potere. Questo secondo documento chiarisce che “indignarsi non basta”. E’ più pragmatico nella misura in cui invita alla mobilitazione ma anche al confronto. Alla fine, però il richiamo alla “democrazia reale” non manca.

Da poco si è tenuto un meeting a Barcellona, ecco il documento finale, sintetico ed efficace. Mi piace il tono, più lucido per certi versi, organizzato in punti: si vede che il confronto ha giovato.

Ecco alcuni punti:

1. “we reject austerity as a solution of the current crisis since it leads to an authoritarian and anti-democratic  management of the common wealth.”

2. “Faced with this material and existential precarity [temo che “precarity” non esista nel vocabolario inglese, come alcuna traduzione di “precarietà”] we demand the democratization of the economic system and European governance. This will allow the construction of a new economic model of social welfare based on two aspects: the guarantee of an unconditional access to income (basic income for everybody) and the effective and free access to social rights and common wealth (education, health care, housing, knowledge, environment). To make this possible we need to create European fiscal, budgetary and social policies, as well as to audit the debt. […]”.

Piuttosto che di democrazia reale, qui si parla di democratizzazione del sistema economico e governativo europeo. Europeo. E’ solo su scala europea che si possono far valere i diritti: reddito di base, diritti sociali. “Per un Europa dei popoli e non delle banche”. Ma l’Europa non può essere una fortezza, i diritti non hanno frontiere:

4. “…the position of migrants is the clearest example of the deprivation of labor rights and the devaluing of their contribution to economic production. This is the model that is being extended and imposed on all working populations. We demand social, political and citizenship rights for all regardless of whether you have an employment contract or not. We demand the concession of these rights to all migrants living in European countries. We are all migrants. No one is illegal!”.

Adesso però si passa dalle rivendicazioni alla parte più strettamente “politica”:

5. “We must transform the models of democracy and re-appropriate politics through direct participation in all spheres of political economic and social life. The current model of representative democracy is exhausted. No one represents us! For these reasons on 15th of October we call everyone to express together our refusal of their  policies which – they pretend – will lead us out of the crisis. Lets demand a real democracy!”.

Il modello corrente di rappresentanza democratica è esaurito ormai. E qui sono d’accordo. Da una parte però si dice che “noi dobbiamo trasformare”, però poi si incita a “richiedere una reale democrazia” (o democrazia reale?). Richiedere a chi?

Molte delle analisi sono chiare è condivisibili. Ciò che ancora non è veramente chiaro  dei movimenti vari – soprattutto italiani – è la scelta di una strategia:

1. cercare qualche interlocutore più o meno istituzionale e provare una mediazione?

2. auto organizzarsi e “scendere in campo”?

3. puntare all’insorgenza di massa?

Senza una scelta tra queste ed altre vie non è facile produrre sintesi concrete.

Zizek commenta, nel contesto delle rivolte in nord africa, Inghilterra, e Grecia, in maniera lucidissima:  “Guardiamo più da vicino, per esempio, il manifesto degli indignados spagnoli e troveremo una sorpresa. La prima cosa che salta all’occhio è il tono marcatamente apolitico: <<Alcuni di noi si considerano progressisti, altri conservatori. Alcuni di noi sono credenti, altri no. Alcuni di noi hanno ideologie chiaramente definite, altri sono apolitici. Ma tutti siamo preoccupati e indignati per la situazione politica, economica e sociale che vediamo intorno a noi: una corruzione tra i politici, gli uomini d’afari e i banchieri che ci lascia impotenti e senza voce>>. Gli indignados esprimono la loro protesta a nome delle <<verità inalienabili che dobbiamo rispettare nella nostra società: il diritto alla casa, al lavoro, alla cultura, alla salute, all’istruzione, alla partecipazione politica, al libero sviluppo della persona e ai diritti del consumatore per una vita sana e felice>>. Rifiutando la violenza, invocano una rivoluzione etica. <<Invece di mettere il denaro al disopra degli esseri umani, noi lo rimetteremo al nostro servizio. Siamo persone, non prodotti>>. E chi sarà l’agente attivo di questa rivoluzione? L’intera classe politica, destra e sinistra, viene liquidata come corrotta e dominata dalla brama di potere, eppure il manifesto consta di una serie di richieste. Rivolte a chi? Non al popolo stesso: gli indignados non sostengono (per ora) che nessun altro lo farà per conto loro, che dovranno essere loro stessi, parafrasando Gandhi, il cambiamento che vogliono produrre. È qui, in questo punto cruciale, che troviamo la fatale debolezza delle proteste: esprimono una rabbia autentica che però non riesce a trasformarsi in un programma positivo minimo di cambiamento sociopolitico. Esprimono uno spirito di rivolta senza rivoluzione.”

La paralisi europea e il pensiero unico.

Con il trattato di Maastricht nel 1992 venne fondata l’Unione Europea. In base al trattato entro il 1º gennaio 1999 sarebbe nata da esso la Banca centrale europea (BCE) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Venne stabilito come parametro fondamentale (in vero uno dei cinque) per la convergenza monetaria il mantenimento al di sotto del 3% del famoso rapporto deficit/PIL. Questo vuol dire che fin dalla nascita l’Europa ha deciso di crescere economicamente a debito. Oggi, grazie a questa, viviamo una contraddizione forte: la politica monetaria è in mano alla BCE, mentre il debito è rimasto a carico degli stati nazionali. Una sorta di schizofrenia monetaria. Abbiamo devoluto parte della sovranità nazionale ad un’istituzione centrale europea, ma abbiamo lasciato agli stati nazionali gli oneri che ne conseguono.

Mentre i reazionari dicono di uscire dall’euro e dall’Europa, la soluzione progressista è che anche il debito diventi europeo. Anzi, il futuro è e deve essere al più presto quello di un Europa in cui gli stati nazionali rinuncino completamente alla sovranità e la lascino alle istituzioni europee. Di fatto, sono Germania, Francia e Inghilterra che decidono la politica industriale, militare e finanziaria. Per tutti, senza alcun controllo democratico, neanche dal punto di vista formale – per non parlare di democrazia reale. La commissione e il parlamento europeo, mi sembra palese che non contano una cippa sulle questioni più serie. La sovranità o si ha tutta o non la si ha. Quindi bisogna decidersi. Per come è la situazione attuale, le elite che governano nei paesi europei non potranno mai fare una scelta politica di questo tipo. Mai cederanno il loro potere, perché sono troppo miopi e attaccati ai loro interessi per scegliere una politica lungimirante. Lungimirante non solo per i paesi più deboli, ma anche per i più forti comela Germania, che ad un certo punto si troveranno il deserto intorno. L’iniziativa politica per un’Europa unita di fatto, al momento, può solo nascere dai movimenti popolari, di precari, migranti, dalle forze che reggono il sistema e che da esso vengono schiacciate ed emarginate. Questi movimenti sociali si stanno già ora sviluppando su scala europea, come per il 15 ottobre, e potranno essere la forza motrice di un’Europa migliore, se riusciranno a creare un’unità di intenti e di azioni, e a passare dalla mera protesta/richiesta all’azione politica. Se questa cosa avverrà, si potrà anche sperare che una nuova Europa sia libera dall’ideologia-religione del libero mercato, che opprime l’Europa di oggi. E’ compito dei movimenti dei precari, dei migranti, del 15-ottobre, far politica affinché non sia più un “Europa delle banche” bensì un “Europa dei popoli”, per una democrazia reale, o quantomeno una reale democrazia.

Lo aveva già capito Gramsci nel 1918 (!), cogliendo la somiglianza tra il processo di unione europea e il Risorgimento italiano: “Si ripeterà lo stesso fatto che per l’unità italiana: sarà l’iniziativa politica dei sovversivi, nel presente come nel passato, che travolgerà le inettitudini e gli interessi particolari delle classi dominanti” (ristampato recentemente in odio gli indifferenti).

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: